Vite spezzate e malattia mentale. Il manicomio di Tobino

La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti, e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte. Di qui parto per le vacanze. Qui, fino a questo momento, sono sempre tornato [… ] Tutto si svolge tra i muri. E’ un castello che contiene 1039 matti, circa duecento infermieri e, a quest’ora, un medico e 19 suore.

La componente autobiografica è fondamentale in Le libere donne di Magliano di Mario Tobino – del 1953 – che in qualitĂ  di medico lavorò per decenni nell’ospedale psichiatrico di quella localitĂ  (in realtĂ  Maggiano) nel lucchese. Rileggerlo oggi significa alzare un velo sulla condizione manicomiale nei tempi che precedevano non soltanto la legge Basaglia del ’78, ma anche la comparsa degli psicofarmaci, che Tobino definiva un’altra camicia di forza, forse a nostra insaputa piĂą dolorosa.

Ci sono – in questo diario che mescola orrore, brutalitĂ  e pietas – le celle, l’alimentazione forzata, l’elettroshoc. C’è la triste gerarchia che suddivide le malate a seconda della gravitĂ  della patologia, separando i repartidell’osservazione da quelli della vigilanza o dell’isolamento, o le vigilate stabili da quelle occasionali. E c’è la nomenclatura clinica che bolla ed etichetta le semitranquille, le psicodegenerate, le imbecilli, le epilettiche e le frenasteniche, riunite sotto la vasta categoria della pazzia(la dea piĂą misteriosa che esista), che un confine incerto e sottile separa  dalla cosiddetta normalitĂ .

Cosa significa essere matti? Una malattia della quale non si sa l’origine né il meccanismo, né perché finisce o perché continua.

La prosa dello scrittore toscano è asciutta, pacata, essenziale. Ritrae in poche pennellate le figure, i volti, soprattutto gli sguardi. E in brevi tratti ricostruisce spezzoni di vita, dove un altro velo si squarcia, mettendo a nudo storie di miseria, esclusione, violenza, e ambienti ostili e spietati, di cui la donna è la prima (anche se non l’unica) vittima. Le vicende narrate sembrano talora suffragare le teorie – sul “controllo dei corpi” – esposte da Michel Foucault nella sua memorabile Storia della follia.

La denuncia non è l’intento principale di Tobino, che di lĂ  dai deliri delle sue pazienti riesce ogni volta a intravvedere – senza giudizio – il fondo remoto di un’umanità offesa, un residuo inquietante di bellezza e la traccia di una sconcertante libertĂ . Eppure l’auspicio di un cambiamento (e di un nuovo approccio al disagio psichico) trapela spesso nelle sue pagine, come nella prefazione del ’64 alla seconda edizione del libro:

Sarebbe proprio il momento che anche i sani fossero consapevoli di quel che succede, e collaborassero e intervenissero – questi sani che a loro insaputa sono anch’essi fragili – per poter passare dalle nebbie alla luce. E senza questo esterno aiuto sarà molto difficile si oltrepassi la soglia. Ora ci vorrebbero tanti più psichiatri, più infermieri specializzati, più dedizione, più accuratezza, più giornaliera pazienza, più denari, più denari, se è vero che i matti sono anch’essi creature degne d’amore. Se si pensa all’incontrario, allora lo si dichiari; si continui a tenere i pazzi in un oscuro antro, quasi abbandonato.

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