Una diga sul Pacifico. L’Indocina nel romanzo d’esordio di Marguerite Duras

Settant’anni fa, nel 1950, veniva pubblicato il libro che rese celebre la scrittrice francese

Ne morivano così tanti che non li si piangeva più, e da gran tempo ormai non li si seppelliva neppure […] I bambini ritornavano semplicemente alla terra come i manghi selvativi, come le scimmiette. Morivano soprattutto del colera dato dai manghi acerbi […] Altri ancora morivano d’insolazione o diventavano ciechi. Altri si riempivano degli stessi vermi dei cani randagi e morivano soffocati.

Nelle pagine di Una diga sul Pacifico – libro che presenta una notevole componente autobiografica, pubblicato nel 1950da Marguerite Duras e selezionato per il prestigioso Prix Goncourt – la condizione dell’infanzia è disperata. Negli anni Venti del Novecento, in un angolo dell’Indocina francese localizzabile nell’attuale Cambogia, il paesaggio tropicale circonda un’umanità degradata in lotta perenne per la sopravvivenza: non soltanto gli indigeni, sfruttati senza pietà dalla potenza coloniale, ma gli stessi coloni, vittime della corruzione dei funzionari.

Come accade alla protagonista del romanzo, una vedova che ha investito i propri risparmi – frutto di una vita di sacrifici – nell’acquisto di una “concessione” e nel sogno di una piantagione, rivelatosi irrealizzabile perché in assenza della bustarella gli addetti al catasto le hanno assegnato terre non coltivabili. Fallito il tentativo di costruire una diga che le protegga dalle maree, la donna (una figura dalle forti ambivalenze, insieme tirannica e generosa) va verso la rovina con i propri figli: il primogenito Joseph – rozzo e violento, intento soltanto alla caccia e ai facili amori – e la diciassettenne Suzanne, che alla famiglia potrebbe offrire un’ancora di salvezza con un matrimonio fortunato. È quanto sembra sul punto di avverarsi con la comparsa di un facoltoso spasimante, che tuttavia non garantirà il lieto fine ma scatenerà un avido risentimento, il cinismo e una rabbia a lungo covata.

Joseph diede un pugno sul tavolo. – Se vogliamo siamo ricchi, – proclamò, – se vogliamo siamo ricchi come gli altri, Cristo, basta volere, e lo si diventa […] e allora, gli altri, li schiacceremo sulle strade, dovunque li vedremo li scacceremo.

Al quadro della miseria materiale e del degrado morale ritratti da Duras si accompagna – sullo sfondo – la rappresentazione di una società coloniale segnata al proprio interno da frontiere invalicabili, come la città di Kan divisa tra i quartieri alti e i sobborghi indigeni, e non solo.

Come in tutte le città coloniali, c’erano due città in questa città; la città bianca e l’altra. E nella città bianca c’erano anche altre differenze […] Nel quartiere alto abitavano soltanto i bianchi che avevano fatto fortuna. Per indicare la misura sovrumana del passo di un bianco, le vie e marciapiedi erano immensi. Un’inutile orgia di spazio […] Nella zona situata fra il quartiere alto e i sobborghi, erano relegati i bianchi che non avevano fatto fortuna, i coloniali indegni. Là, le vie non erano alberate. I praticelli sparivano.

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