Un pappagallo volò sull’Jissel. Vicende di rifugiati nel romanzo corale di Abdolah

Chi entra per la prima volta in un centro di accoglienza si spaventa di ciò che vede. Centinaia di estranei, uomini con barba o senza, donne musulmane in abiti lunghi, donne russe in minigonna, bulgare incinte, bambini mongoli in bicicletta, profughi di guerra somali, piccole madri cinesi con neonati in braccio, poeti iraniani, attori bosniaci, armeni, turchi, ribelli curdi, ex principi, re destituiti, bellezze afghane, criminali, ex guerriglieri, generali di lungo corso, narcotrafficanti, puttane, spie, ladri, impostori, martiri, biondine olandesi, cani e gatti locali, tutti mescolati insieme.
Ognuno ha un segreto, eppure nulla rimane segreto in un posto del genere.

Kader Abdolah ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza del rifugiato, quando nel 1988 ha raggiunto l’Olanda per sfuggire alla persecuzione del regime iraniano degli ayatollah. Questo suo romanzo – Un pappagallo volò sull’Jissel del 2014 – fa seguito al vasto successo internazionale ottenuto da Scrittura cuneiforme e La casa della moschea, che ripercorrevano in tono epico-fiabesco la storia dell’Iran dai tempi dello Scià alla teocrazia.

Qui la scena si sposta nel paese d’adozione dello scrittore; e protagonista è una folla eterogenea, composta da richiedenti asilo d’origine mediorientale (e di religione islamica) e dagli olandesi che sperimentano in vario modo la convivenza con loro. Dopo l’iniziale accoglienza e integrazione, favorite da un welfare efficiente, emergono le difficoltà prodotte dal diverso retroterra culturale – che si riflettono anche nelle relazioni amicali e amorose – finché il detonatore della crisi è costituito dai drammatici avvenimenti dell’11 settembre 2001 e dell’assassinio del regista Theo Van Gogh.

Mentre osserva le vicende di un ventennio, Abdolah nota l’incupirsi del quadro politico a séguito della crescita delle spinte xenofobe e dei fondamentalismi. Ma i suoi personaggi proseguono con tenacia il cammino in un nuovo intreccio di storie: dall’affascinante Memed, emigrato per curare la propria bambina, a Lina, l’interprete politicamente impegnata, a Pari, una donna ribelle e assetata di vita, che paga a caro prezzo la sua ansia di indipendenza. Quest’ultima – con la sua passione per la scrittura e il suo desiderio di impadronirsi della lingua olandese (e più tardi di ritrovare le “parole dimenticate” della lingua natale) – è forse la più vicina all’autore:

Le parole che cercava sul vocabolario e le frasi che scriveva nella sua nuova lingua erano degli esplosivi che voleva piazzare sotto la sua vita familiare, sotto il suo passato, il suo presente e tutta la sua esistenza. Qualcosa stava cambiando in lei e, o stringeva ancor più il foulard e cercava la pace tra le braccia del marito, o mollava tutto e stava a guardare fin dove l’avrebbe portata il vento forte dell’Olanda.

Proprio il ruolo decisivo della lingua nell’incontro tra le diversità trova emblematica rappresentazione, dapprima, nella sofferenza della bimba sordomuta di Memed, e poi nell’onnipresenza – sin dal titolo – del pappagallo (uccello simbolico della tradizione orientale), che lungo le rive del fiume Jissel accompagna i piccoli e grandi eventi con formule sibilline di saggezza, sino al grido di consolazione e speranza con cui il romanzo si chiude: Anche questo passerà.

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