Pratolini e il fratello cent’anni fa. Orfani a causa di un’epidemia

Il 19 ottobre del 1913 nasce a Firenze lo scrittore Vasco Pratolini

“Parla, nonna, parla.”
“Eh, sì, maledetta la guerra. Se non veniva la guerra non veniva nemmeno la spagnola.”
“Chi era la spagnola?” tu dicesti.
La spagnola fu l’epidemia che si abbatté verso la fine della guerra. Nostra madre è morta di spagnola, non lo sapevi?”

La perdita della madre segna il destino di Vasco Pratolini e del fratello Ferruccio: del primo si prenderà cura, nonostante le difficoltà economiche, una nonna amorevole e generosa, mentre il secondo verrà “adottato” da una famiglia benestante e crescerà in un ambiente agiato e protetto, come in un acquario, senza sbucciature ai ginocchi.  Tra i due sembra scavarsi un abisso – quello delle differenze di classe – che pare allontanarli irrimediabilmente. Ma da quel lutto comune nasce anche un legame segreto, che affonda le radici nella solitudine di entrambi (Ho pensato alla mamma tutta la notte e ho scoperto perché mi son sempre sentito solo nella vita. Mi è mancata lei. Lei viva, tutta la mia vita sarebbe stata diversa).

In Cronaca familiare – del 1945 – lo scrittore fiorentino ricostruisce la drammatica vicenda della sua relazione con quel fratello a lungo separato ed assente, e apparentemente così diverso da lui. Si tratta, come egli stesso segnala in un avviso Al lettore, non di “un’opera di fantasia”, ma di un “colloquio con suo fratello morto, dettata dal “rimorso di averne appena intuita la spiritualità, e troppo tardi”. Restano particolarmente toccanti, nella prima parte, le pagine dedicate alle visite che Vasco e la nonna compiono nella ricca casa del “protettore” di Ferruccio, in cui risalta l’impossibilità di una relazione autentica (l’incomunicabilità) tra il popolo e una borghesia facoltosa che nasconde – dietro il codice convenzionale delle buone maniere – un’ipocrisia gretta e altezzosa. 

Era il 1920; si costruiva giorno per giorno attorno a te quella prigione di affetti, di abitudini, di complessi dentro la quale – mutati con gli anni le condizioni e gli affetti – ti trovasti poi condannato.

 

Sembra che di Ferruccio ci si intenda occupare per il suo bene. Ma quell’educazione – tesa a fargli dimenticare le sue radici – implica una sottile violenza, di cui è emblematico inizio il cambio del nome di battesimo (Dante, ritenuto troppo volgare dal genitore adottivo): sicché quella che era apparsa una fortuna si configura in definitiva come un destino, che lo vincola per sempre e genera una sorta di disadattamento sociale, una distanza e un disagio che gli impediscono di integrarsi sia tra gli umili lavoratori sia nei ceti dominanti.   

Eppure il romanzo di Pratolini – accanto alla dimensione tragica che percorre la storia della famiglia d’origine dell’autore – propone in una forma straordinariamente incisiva (uno stile scarno, una scansione in rapide sequenze, una lingua semplice ed essenziale e l’uso della seconda persona) un inno all’esperienza della fratellanza. Un’esperienza, quella vissuta dai due fratelli, aspra e difficile, che attraversa i tempi lunghi dell’ostilità e dell’indifferenza per approdare a un ri-conoscimento, a un sentimento d’affetto intensissimo e una memoria struggente. Sino alla battuta finale:

“Poiché dei poveri di spirito sarà il Regno dei Cieli” disse il Cristo. Se così è, la tua anima splende nell’Eterno più alto.

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