Nemici. L’eterno fuggiasco e i superstiti di Isaac Singer

Herman Broder si girò e aprì un occhio. Nel suo stato sognante si domandò se si trovasse in America, a Tzivkev, o in un campo di concentramento tedesco. Vide, addirittura, se stesso nascosto nel fienile di Lipsk. Di quando in quando, tutti quei luoghi si confondevano nella sua mente. Sapeva di trovarsi a Brooklin, ma udiva nazisti urlare.

    Si apre con questo tormentoso risveglio Nemici (sottotitolo Una storia d’amore), romanzo del 1966 che il polacco Isaac Bashevis Singer – premio Nobel nel 1978 – pubblicò su un giornale ebraico negli Stati Uniti, dove si era rifugiato negli anni Trenta per sfuggire alle persecuzioni razziali. Anche il protagonista Herman Broder è un ebreo emigrato di là dall’Atlantico nel dopoguerra. Sopravvissuto all’Olocausto, porta per sempre le stimmate di un trauma indelebile: la sua è un’esistenza spezzata, come quella delle tre donne cui è legato: l’ex domestica Yadwiga, che ha sposata dopo che gli aveva salvato la vita tenendolo nascosto, l’amante Masha – reduce dai campi di concentramento – e la prima moglie Tamara, che egli aveva creduta morta insieme con i bambini.

   In una New York invernale caotica e frenetica, Herman si muove senza sosta tra di loro, inseguito dagli spettri della memoria, mentre la sua doppia e tripla vita si aggroviglia in un labirinto di bugie: anche il suo lavoro è menzogna, perché come un ghost writer scrive sermoni edificanti per un rabbino, ma non è più credente. Come nella Polonia occupata, continua a sentirsi braccato, alla disperata ricerca di una via d’uscita o d’un rifugio. Tutto è diverso, ma tutto è sempre uguale.

Se il tempo è solo una forma di percezione o una categoria della ragione, il passato è presente quanto l’oggi. Caino continua a uccidere Abele. Nabucodonosor continua a cavare gli occhi di Sedecia e a massacrare i suoi figli. Il pogrom di Kisinev non finisce mai. Gli ebrei vengono bruciati ad Auschwitz per l’eternità.

     Il futuro appare precluso: Herman non vuole altri figli (in un mondo in cui i bambini potevano essere strappati alle madri e fucilati, nessuno aveva il diritto di farne nascere altri), mentre Masha prende atto con amarezza delle ferite inferte alla sua psiche: 

I nazisti mi hanno costretta a obbedire per talmente tanto tempo che di mia spontanea volontà non sono più capace di combinare nulla

     Il ritmo della narrazione è incalzante e la scrittura di Singer registra simultaneamente pensieri, emozioni ed azioni. Anche nella rappresentazione del trittico femminile emergono figure diverse e contrastanti, splendidamente caratterizzate. Quanto al titolo, trova forse una spiegazione nel ricordo di un detto yiddish (e non si dimentichi che nella lingua yiddish – parlata dagli ebrei dell’Europa orientale – Singer scrisse larga parte della propria opera), secondo cui il nostro vero nemico è dentro di noi:

dieci nemici non riescono a infliggere a un uomo il danno che egli è in grado di infliggere a se stesso.

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