L’Ulisse di Pascoli. Un viaggio a ritroso

È una navigazione verso il passato, quella intrapresa da Odisseo nell’Ultimo viaggio, che nella raccolta dei Poemi conviviali di Giovanni Pascoli – del 1904 – costituisce uno tra i componimenti più ampi (1211 endecasillabi sciolti): un percorso che non si proietta verso l’ignoto – come nella nota vicenda dell’Ulisse dantesco – ma in direzione del già visto e del già noto.

Nella sua mini-Odissea (composta di 24 canti, come 24 erano i libri del poema omerico) Pascoli immagina che Ulisse, ormai vecchio, torni ad abbandonare la propria isola e riprenda il mare con pochi compagni. L’incipit sembra quindi ricalcare la narrazione del canto XXVI dell’Inferno; tuttavia assai diversi sono gli sviluppi dell’avventura e gli intenti del protagonista. 

A muoverlo non è la sete di canoscenza (o di divenir del mondo esperto) ma il bisogno di conoscere se stesso il senso della vita.
Nel ripercorrere le tappe del proprio itinerario, scopre che tutto è cambiato e la dimensione gloriosa del vissuto è svanita come un sogno: forse le imprese eroiche erano state un frutto dell’immaginazione giovanile, un’ingannevole illusione.
Non ritrova Circe e non ode più il suo canto, nella spelonca di Polifemo abita un umile pastore con la sua famiglia, persino le Sirene tacciono di fronte all’angosciosa domanda che egli rivolge loro prima di schiantarsi e morire:

“Solo mi resta un attimo. Vi prego!
Ditemi almen chi sono io! chi ero!”
E tra i due scogli si spezzò la nave.

Nei versi conclusivi le onde portano il corpo di Odisseo di fronte alla grotta di Calypso, dove la ninfa che l’aveva amato (e gli aveva offerto l’immortalità) lo avvolge nella nube / dei suoi capelli ed esplode in un funebre grido:

– Non esser mai! non esser mai! più nulla,
ma meno morte, che non esser più –

Meglio non esser mai nati, piuttosto che sperimentare lo strazio della morte: un concetto che Pascoli ricava dagli antichi greci (Erodoto, Mimnerno) e traduce nella sensibilità contemporanea del decadentismo. O del nichilismo, di cui troviamo echi continui:

Sonno è la vita quando è già vissuta:
sonno; ché ciò che non è tutto, è nulla.  

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