L’Ucraina fantastica nella ‘letteratura amena’ di Gogol’

Il primo aprile 1809 nasceva, a Velyki Soroćinci, lo scrittore russo Nikolaj Vasil’ević Gogol’

Ho finito di leggere Veglie presso Dikanka. Mi hanno lasciato sbalordito. Questa sì che è autentica allegria, un’allegria disinvolta, senza smancerie e affettazioni. E poi quanta poesia, quanto sentimento in certi paesaggi! […] Mi hanno detto che quando l’autore entrò nella tipografia dove si stampavano le Veglie, i tipografi cominciarono a lasciarsi scappare risatine e sbuffi d’ilarità, coprendosi la bocca con una mano. Si torcevano dalle risa mentre componevano il libro. Probabilmente Molière e Fielding sarebbero stati lieti di far ridere i loro tipografi.

Con questi apprezzamenti Aleksandr Puškin salutava nel 1831 la comparsa delle Veglie alla fattoria di Dikanka, una raccolta di otto racconti – ambientati tra il XVII e il XIX secolo – che segnava l’esordio sulla scena letteraria di un giovanissimo Gogol’. Al centro di quell’umoristica narrazione era la terra in cui Gogol’ era nato e cresciuto: un’Ucraina demoniaca, fantastica e carnevalesca, popolata di diavoli e streghe, di impavidi cosacchi e di esseri anfibi in costante movimento tra la terra e il cielo, di sirene e di animali mitologici, di nobili dissoluti e di vecchi artigiani o contadini, come l’apicoltore Rudyi Panko – principale voce narrante – che riferisce le storielle udite nelle notti d’inverno dai bizzarri frequentatori della sua casa. 

Nelle pagine di Gogol’ prende forma un affresco in cui si mescolano la realtà e l’immaginazione; e rivivono – nell’atmosfera del romanticismo – la tradizione orale e il folclore di un popolo attento ai richiami degli spiriti benigni e delle forze impure, dentro uno scenario di campi e montagne tra cui scorre placido o impetuoso il grande fiume, il Dnepr.

Stupendo è il Dnepr quando è bel tempo: scorre libero e maestoso, gonfio di acque, fra boschi e alture, senza un fruscio né un mormorio. Lo guardi, e non sai se il suo ampio specchio sia immobile o in movimento, e pare ch’esso sia tutto di vetro fuso e che quella strada di cristallo azzurrino, di sconfinata ampiezza e d’infinita lunghezza, scorra e si snodi attraverso un mondo tutto verde […] Ma quando le livide nubi si accumulano nel cielo, e la selva cupa è scossa dal vento sino alle radici, e le querce scricchiolano, e il fulmine guizzante fra le nuvole rischiara l’universo, allora spaventoso è il Dnepr!

Oltre che ai ricordi della propria infanzia e adolescenza, l’autore attinge alle lettere in cui la madre gli riferiva di vicende, consuetudini e superstizioni della cosiddetta Piccola Russia: sicchè il tratto etnografico e antropologico segna la scrittura – a tratti surreale e grottesca – di questi testi (qualcosa di ridicolo e stellare al tempo stesso, come ebbe a dire Nabokov), che pure anticipano talora la sapienza narrativa dei successivi Racconti di Pietroburgo e delle Anime morte. Vi si avverte tra l’altro il rigetto di una società chiusa e patriarcale nei confronti dello straniero e di ogni “differenza” etnica o religiosa: come nell’evocazione deprecatoria del moscovita ubriaco, dell’ebreo arricchito che sfrutta i poveri, dei cattolici nemici della chiesa di Cristo, dell’orda tartara, dei polacchi malvagi o degli ungheresi, di cui diversa è la fede e diverso il linguaggio. Ma la nota dominante, capace di avvincere ancor oggi il lettore, oscilla tra il fantasy e l’horror e il noir:

Nell’ora in cui si spengono le luci del tramonto […] i bambini morti senza battesimo si arrampicano sugli alberi graffiandosi e aggrappandosi ai rami, e singhiozzano e sghignazzano rotolandosi per le strade e in mezzo alle ortiche; su dalle acque del Dnepr emergono in lunghe file le ragazze che hanno dannato la propria anima. Dalle loro teste verdognole i capelli si riversano sulle spalle, e l’acqua sgocciola dalle lunghe chiome cadendo rumorosamente al suolo, mentre il corpo brilla fra le acque come fosse rivestito da una camicia di cristallo e le labbra sorridono in modo incantevole.

Nikolaj Gogol’, Le veglie alla fattoria di Dikanka, Torino, Einaudi, 1989; introduzione di Vittorio Strada e traduzione di Giovanni Langella

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