L’eterno marito, ovvero l’umorismo di Dostoevskij

Sono trascorsi centocinquant’anni dalla pubblicazione, nel 1870, del ‘romanzo umoristico’ di Fëdor Dostoevskij

Nel 1867 Dostoevskij sposa nella cattedrale della Trinità di San Pietroburgo la sua seconda moglie, Anna Grigor’evna, e parte con lei per l’Europa dove resterà quattro anni. Reduce da un’infanzia infelice e da una condanna a morte tramutata all’ultimo nei lavori forzati in Siberia, affetto da una ricorrente epilessia e incline al gioco d’azzardo, ha appena pubblicato un capolavoro come Delitto e castigo. Nel 1869, durante i lunghi soggiorni a Firenze e a Dresda, scrive L’eterno marito, che apparirà l’anno successivo sulla rivista “Aurora” ed è stato definito il suo “romanzo umoristico“.

   Il tratto umoristico della narrazione scaturisce in effetti dall’intonazione ironica (o satirica) di molte sue pagine, che risentono della lezione di Gogol. Il protagonista Vel’čaninov è un ex libertino che affronta la crisi dei quarant’anni in preda a una malinconica ipocondria – e alle prese con interminabili liti giudiziarie – quando incontra un vedovo, Pavel Pavlovič, della cui moglie era stato l’amante dieci anni prima in una cittadina di provincia. Il ritratto della donna (e della sua inquietante bizzarria) riaffiora nella sua memoria:

All’amante era fedele, però fino a quando le veniva a noia. Le piaceva tormentare il suo amante, ma anche ricompensarlo. Era un tipo appassionato, crudele e sensuale. Odiava la depravazione, la condannava con incredibile accanimento – ed era lei stessa depravata.

Vel’čaninov riconosce in Pavlovič il “tipo di marito corrispondente” a “un simile tipo di donne”, ovvero la strana categoria degli “eterni mariti“: e i fatti gli daranno ragione. Tuttavia quella figura non cessa di inseguirlo notte e giorno come un’ombra e di perseguitarlo negli squallidi appartamenti e nelle strade bruciate dal sole di una Pietroburgo estiva, dall’aria opprimente, polverosa, irrespirabile.

Pavlovič rimane a lungo un enigma. Nelle farneticanti affabulazioni della sua ubriachezza, alterna minacce e implorazioni: non è chiaro se cerchi la vendetta o l’umiliazione, se intenda uccidere o adulare, se voglia occuparsi della bambina malata che porta con sé (e di cui non è il vero padre) oppure la detesti sino a desiderarne e favorirne la morte. 

L’improvvisa apparizione e la repentina scomparsa di quell’inerme fanciulla – vittima sacrificale nel teatro grottesco degli adulti – lasciano in Vel’čaninov un vuoto incolmabile: 

Con l’affetto di Lisa – fantasticava – si sarebbe purificata tutta la mia vita precedente, fetida e inutile; invece che pensare a me, scioperato, vizioso e finito, avrei circondato di cure un essere puro e bello, e per quell’essere tutto mi sarebbe stato perdonato, e tutto avrei perdonato a me stesso.

Svanita ogni speranza di redenzione, si ritorna alla satira di un mondo irrimediabilmente corrotto. La seconda parte del romanzo restituisce Vel’čaninov e Pavlovič – con esiti esilaranti – alla spirale ossessiva della relazione di amore-odio che li lega e nella quale la critica ha intravisto una metafora della società russa (o dell'”anima” russa) del secondo Ottocento: una società succube e immobile, paralizzata dalle convenzioni, dalla burocrazia, dalla noia o da rapporti parassitari. Oscillante in modo patetico tra la rabbia impotente e una rassegnata rinuncia. 

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