L’esuberanza anarchica di Goliarda Sapienza

– Catania è appestata. Tutti gli ospedali pieni, corridoi e scale, tutto… Se ti viene da vomitare non ti frenare. Meglio buttarlo fuori quel veleno.
– Ma che cos’è?
– La spagnola, Modesta.
– La spagnola?
– Sembra che il veicolo siano i soldati che tornano dal fronte. Scusami la franchezza, ma con qualcuno devo essere chiaro: è grave. Non è una settimana che l’epidemia è scoppiata e già i morti non si contano […] E adesso dai ordine che nessuno si avvicini. Tutti in isolamento. Bisogna procurare lisoformio. Nelle cucine bollire tutto.   

Anche la terribile influenza spagnola del 1919 compare tra gli eventi che segnano la vicenda di Modesta, protagonista del romanzo di Goliarda Sapienza L’arte della gioia (apparso postumo nel 1998): una vicenda che dall’alba del secolo arriva sino agli anni Cinquanta. La sua, come quella dell’autrice, è una figura scomoda e vitale. Nasce il primo gennaio 1900, come il pianista che dà il titolo al monologo teatrale Novecento di Baricco: ma non a bordo di un piroscafo, bensì nell’interno di una Sicilia misera e disperata, ove l’indigenza e la fame culminano nella violenza subìta dal padre. E tuttavia le vicissitudini successive la conducono – complice la sua intelligenza, talora machiavellica e spietata – a emergere dalla subalternità e a conquistare una totale autonomia, emancipandosi come persona e soprattutto come donna. 

Il tema della condizione femminile attraversa come un leit motiv le quattro parti di questo romanzo-fiume, che i critici hanno definito politico-erotico- sentimentale oltre che d’avventura (alcuni vi hanno anche riscontrato – non a torto – un’eco del romanzo d’appendice, ovvero del feulleton ottocentesco). Quello di Modesta è un femminismo ante litteram, che per la sua lucida consapevolezza può addirittura apparire inverosimile o anacronistico nel suo contesto. Ma giova ricordare che Sapienza lavorò alla stesura dell’opera negli anni Sessanta e Settanta, mentre l’elaborazione e le lotte del femminismo producevano una rilettura sovversiva del rapporto tradizionale tra i generi e dei relativi pregiudizi: una critica radicale nei confronti di tutte le culture patriarcali, che risuona puntualmente – nell’Arte della gioia – nelle parole e negli atti della protagonista. 

Altro tema sotteso al romanzo – specialmente nelle prime due parti – è quello della scalata sociale. Essa rappresenta per Modesta il passaggio indispensabile nella conquista dell’indipendenza economica, che la libera dalla soggezione alle classi dominanti e al potere maschile. Non costituisce, tuttavia, un’integrazione appagante nel ceto agiato, come avveniva per certe eroine – astute o fortunate – del romanzo borghese (si pensi alla Moll Flanders di Defoe): costituisce anzi lo strumento atto a consentire un esercizio anticonformista della libertà intellettuale, che trova espressione nella condotta anarchica e nell’impegno antifascista di Modesta (e si noti, tra l’altro, il carattere antifrastico di questo suo nome, che ritrae l’opposto delle sue qualità). 

Va anche detto che nelle simpatie socialiste della protagonista si riflette il ricordo reale della madre di Goliarda Sapienza, la sindacalista Maria Giudice, che a Torino – prima di emigrare in Sicilia – era stata la prima donna a dirigere una Camera del Lavoro, e che nel 1944 fu tra le fondatrici dell’Unione Donne Italiane.

Nell’insieme, l’intera narrazione – in cui continuamente si alternano la prima e la terza persona – si snoda come un itinerario verso l’autocoscienza e verso il superamento di tutti i vincoli e le paure (sino a quelle della vecchiaia e della morte): con l’obiettivo indicato nella chiusa del romanzo – che alcuni hanno ritenuto nietzschiano – di conseguire 

il pieno possesso delle emozioni e la conoscenza suprema di ogni attimo prezioso che la vita ti concede in premio se hai polso fermo e coraggio.

         

        

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