Le città di Dante: Verona

Con l’elezione di Alberto I Della Scala (1277-1301) a capitano del popolo, a Verona inizia la signoria scaligera che pone fine alle lotte tra le varie fazioni e contribuisce a incentivare la vita economica e artistica della città. Con Cangrande I della Scala (1308-1329), che nel 1311 diventa vicario imperiale, il prestigio di Verona tocca il suo apice, come testimoniano le numerose iniziative urbanistiche, che finiscono per modificarne l’assetto, e l’espansione territoriale nella Marca Trevigiana.  

Il fervore artistico nella città è determinato anche dalla presenza di Giotto nella vicina Padova, dove tra il 1303 e il 1305 affresca la Cappella degli Scrovegni, e che, secondo il Vasari, lavora anche a Verona «ove a messer Cane fece nel suo palazzo alcune pitture, e particolarmente il ritratto di quel signore». Appartengono alla “scuola” giottesca veronese i due artisti soprannominati Primo e Secondo Maestro di San Zeno, perché le loro opere sono nella omonima basilica di Verona. Influssi di Giotto sono evidenti anche nella decorazione della chiesa di San Fermo Maggiore. 

Dante e Verona

Il primo soggiorno di Dante a Verona è tra il 1303 e il 1304, ospite di Bartolomeo della Scala che muore il 7 marzo. Gli succede il figlio Alboino con il quale il poeta ha pessimi rapporti per cui decide di lasciare la città per rientrare a Firenze dove maturerà la rottura definitiva con i Bianchi, «la compagnia malvagia e scempia», e la decisione di far «parte per se stesso» (Pd. xvii, 69). 

Tra il 1312 e il 1313 Dante torna a Verona, presso Cangrande della Scala e vi resta fino al 1318. A Cangrande Dante rivolge l’importante epistola (la xiii) nella quale gli dedica la cantica del Paradiso (anche se è certo che la cantica non era ancora completata) e in cui ripone le speranze per una possibile rinascita imperiale.  

Nel 1320 Dante è nuovamente a Verona dove, domenica 20 gennaio, nella chiesa di Sant’Elena, legge la sua Quaestio de aqua et terra, nella speranza di ottenere l’insegnamento nella università cittadina, ma inutilmente. A Verona, infine, si stabiliranno i due figli maschi di Dante, Pietro e Jacopo. Jacopo diventa canonico, mentre Pietro è Vicario del Podestà di Verona e giudice dal 1332 al 1362. Nel 1353 Pietro comprerà una casa a Montorio con un podere, tutt’ora appartenente ai suoi discendenti.  

Verona non rappresenta per Dante «un’esperienza interamente consumata, come accadde invece per altri casi del genere, in un breve lasso di tempo, e tradotta subito in una sentenza destinata a passare in giudicato; costituì piuttosto un punto di riferimento costante, cui si può dire egli abbia guardato – a partire dalla probabile delusione iniziale – durante l’intero periodo dell’esilio, fino alla vigilia della morte, tanto è vero che riesce difficile o, addirittura, impossibile numerare e datare con esattezza i suoi soggiorni veronesi» (Enciclopedia Dantesca alla voce “Verona”). 

Verona nella Divina Commedia

I riferimenti a Verona nella Divina Commedia sono assai frequenti. Nel xv canto dell’Inferno (vv. 121-122) la frettolosa partenza del maestro Brunetto Latini viene paragonata alla corsa dell’atleta che risulta vincitore del palio che si corre a Verona: «Poi si rivolse, e’ parve di coloro / che corrono a Verona il drappo verde / per la campagna». 

Nell’invettiva del vi canto del Purgatorio (vv. 106-108), Dante si rivolge all’imperatore Alberto d’Austria e lo invita a constatare la condizione dell’Italia, devastata dalle lotte politiche; tra le fazioni protagoniste di questi scontri cita Montecchi e Cappelletti, le due famiglie veronesi che saranno protagoniste anche del capolavoro di Shakespeare Romeo e Giulietta.   

Nel canto xviii del Purgatorio (vv. 113-126), tra gli accidiosi della iv cornice, Dante e Virgilio incontrano l’abate veronese di San Zeno, Gherardo II, che ricoprì quell’incarico al tempo del Barbarossa tra il 1160 e il 1187, come Dante poteva leggere in una lapide «tuttora visibile sul lato meridionale della chiesa di San Zeno» (Inglese, 2011). In questi stessi versi viene ricordato Alberto della Scala reo di aver imposto come abate del monastero il figlio naturale Giuseppe di costumi corrotti. Questo giudizio di condanna nei confronti degli Scaligeri confligge con la celebrazione che viene fatta di Bartolomeo della Casa nel xvii canto del Paradiso (vv. 70-93) per bocca del trisavolo Cacciaguida: il «gran Lombardo / che ’n su la scala porta il santo uccello» e poi di Cangrande della Scala «colui che ’mpresso fue, / nascendo, sì da questa stella forte, / che notabili fier l’opere sue». 

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