L’allarme ecologista di Amitav Ghosh

Quando il saggista incontra il romanziere, come accaduto nel caso di Umberto Eco, nascono romanzi come L’Isola dei fucili, dove il cambiamento climatico viene spiegato attraverso una trama al cardiopalma.

Così Sam Sacks presentava l’anno scorso ai lettori del Wall Street Journal l’ultima opera dell’indiano Amitav Ghosh, preceduta nel 2016 da un saggio che sin dal titolo eloquente – La grande cecità – denunciava il silenzio e l’inerzia con cui si sta assistendo alla distruzione del pianeta.

Se è sempre utile affiancare alla lettura di un saggio quella di un testo di narrativa, lo è a maggior ragione di fronte alla produzione più recente di Ghosh, che ai temi dell’ecologia si era già accostato in un fortunato romanzo del 2005 (Il paese delle maree), ambientato nelle isole Sundarban, “la frontiera dove il commercio e la natura selvaggia si guardano negli occhi”: un vastissimo arcipelago bengalese – nei pressi dell’immenso delta formato dalla confluenza del Gange e del Brahmaputra nell’oceano – che ospita la più grande foresta di mangrovie del mondo ed è devastato da sempre più frequenti alluvioni cicloni, cui si somma l’inquinamento delle raffinerie.

Di quel disastro – che si traduce in erosione salinizzazione delle terre coltivabili (e moria dei pesci e spiaggiamento di delfini) e quindi in inarrestabili migrazioni degli abitanti – offre un drammatico affresco L’Isola dei fucili: dove tuttavia il protagonista (un libraio antiquario, alter ego dell’autore) alterna ai soggiorni nella nativa Calcutta le visite a Los Angeles e a Venezia, minacciate dagli incendi o dall’acqua alta; e prende coscienza che “niente è remoto nell’era del surriscaldamento globale“, in cui lo sconvolgimento degli ecosistemi alimenta la tragedia dei migranti climatici e il business di mafie e trafficanti.

Nella Grande cecità (ove sono particolarmente illuminanti le pagine conclusive dedicate all’enciclica Laudato sì di papa Francesco) Ghosh si pone un ulteriore interrogativo: per quale motivo la grande letteratura sembra oggi tacere davanti a questo dramma epocale? e perché i racconti che esso ispira vengono per lo più relegati nei sottogeneri della fantascienza, del fantasy o della distopia?

È una domanda che chiama in causa la responsabilità degli intellettuali e degli scrittori; e che suscita in Ghosh anche una riflessione autocritica. E’ vero, osserva, che negli ultimi decenni si è ridotto il peso di quella letteratura socialmente impegnata, che aveva un esemplare modello nei capolavori di Steinbeck. Ma forse, aggiunge, le cause sono assai più remote. A suo parere non è casuale che il pensiero della borghesia e della modernità abbia negato o rimosso la potenza dei fenomeni naturali: nell’Antropocene chi la evoca è tacciato di “improbabile” catastrofismo, come se ormai nella storia “reale” non potesse più esserci spazio per il non-umano.

Peccato che un microscopico virus ci stia insegnando il contrario.

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