L’Africa e gli elefanti di Gary

Il 2 dicembre del 1980 moriva a Parigi Romain Gary

Quando non ne potete più, fate come me: pensate ai branchi di elefanti in libertà che percorrono l’Africa, centinaia e centinaia di magnifiche bestie alle quali nulla resiste, né muri né reticolati. Irrompono nei grandi spazi liberi e travolgono tutto sul loro cammino e, finché sono vivi, nulla può fermarli… la libertà, insomma! E forse anche quando non vivono più, continuano altrove la loro corsa libera e sfrenata.

    Pare un folle idealista o un visionario il francese Morel, protagonista del romanzo Le radici del cielo di Romain Gary (vincitore del premio Goncourt nel 1956). Sopravvissuto ai campi di concentramento, è impegnato – con la fiducia completa e incalcolabile di un Robin Hood o di un don Chisciotte – a difendere gli elefanti dallo sterminio cui sono condannati dai mercanti d’avorio e dalla caccia grossa,  

   La vicenda si svolge nel periodo che segue il secondo conflitto mondiale e si apre sulla terrazza del bar dancing di Fort Lamy, nome attribuito dai colonizzatori dell’Africa Equatoriale Francese all’attuale capitale del Ciad, N’Djamena. Tra i frequentatori del locale – mercenari, funzionari, missionari e sbandati – la figura leggendaria di Morel si staglia su uno scenario storico segnato dai disastri del colonialismo, ma anche dalle ambizioni nazionaliste e autoritarie dei giovani intellettuali africani che hanno studiato in Europa. Accanto a lui Minna, una ex-prostituta berlinese, anche lei reduce dalle violenze della guerra e del dopoguerra, e anche lei in fuga da un’umanità squallida e feroce, in anni in cui la paura, il rancore e le disillusioni avevano finito per introdurre una punta di misantropia nel cuore di milioni di uomini; e poi pochi altri, tra cui un naturalista danese – che ha dedicato l’intera esistenza a battaglie solitarie in soccorso di balene e foreste – e un fotografo ebreo americano, destinato a documentare uno spaventoso massacro degli elefanti che la siccità aveva radunato intorno a un unico lago.

     Ed è per l’appunto nell’opera di informazione e sensibilizzazione dei mass media che Morel – precursore dell‘ambientalismo dei nostri tempi – ripone la propria speranza:

quando una mattina leggeranno che ogni anno vengono uccisi trentamila elefanti per la fabbrica dei tagliacarte o per quella dell’appetito, e che c’è qualcuno che si dà da fare perché tutto questo finisca, vedrete che casino succederà. E quando gli spiegheranno che su cento piccoli elefanti catturati, ottanta muoiono nei primi giorni di prigionia, vedrete come reagirà l’opinione pubblica.

Forse, come intuiscono i suoi amici, Morel è tutt’altro che un misantropo: al contrario, soffre di un concetto troppo nobile dell’uomo. A sostenerlo nelle peripezie avventurose di una drammatica lotta è addirittura la fede in un uomo nuovo, prodotto in futuro dall’incessante evoluzione della nostra come delle altre specie.
Ti ricordi quel rettile preistorico che abbandonò il fango e andò a vivere all’aria aperta, iniziando a respirare? Era senza polmoni, aspettava che questi gli si formassero. Era matto anche lui. Completamente suonato. Per questo ci provò. E’ il nostro antenato, non saremmo quel che siamo senza di lui. E anche noi dobbiamo provare, perché questo è il progresso. E a forza di provare forse spunteranno anche a noi gli organi necessari, per esempio l’organo della dignità o quello della fratellanza.

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