La sinfonia pastorale di Gide. Una tragedia dell’inconsapevolezza.

Due anni e sei mesi orsono, mentre stavo risalendo dalla Chaux-de-Fonds, una bimbetta che non conoscevo venne a chiamarmi con grande urgenza per condurmi a sette chilometri di distanza al capezzale di una povera vecchia che stava morendo […] Mi fece prendere una strada dove non mi ero mai avventurato. Ciò nonostante, dopo due chilometri riconobbi sulla sinistra un misterioso laghetto dove da giovane ero stato a pattinare.

È un paesaggio da favola quello in cui il futuro premio Nobel André Gide immerge – sin dall’incipit – il lettore della sua Sinfonia pastorale, del 1919. E tratti favolistici accompagnano la vicenda, che si snoda nella solitudine delle montagne svizzere e ha per protagonista e narratore un pastore protestante (Jean Martens), che accoglie nella propria famiglia una ragazza orfana e cieca (Gertrude), impegnandosi nella sua educazione. Con il suo aiuto Gertrude esce da una condizione di abbrutimento, impara l’esercizio dei sensi, scopre la musica e si apre alla conoscenza del mondo e della sua bellezza. A partire dal canto degli uccelli:

Ricordo il suo inesauribile rapimento quando le dissi che quelle piccole voci provenivano da creature viventi, la cui unica funzione sembra quella di sentire ed esprimere la diffusa gioia della natura.

Tuttavia quell’universo – da cui è stata volutamente rimossa ogni ombra o incrinatura, ovvero la presenza del male – si rivelerà un’ingannevole illusione. Alla cecità fisica si associa quella morale, favorita dall’inconsapevolezza (o dall’autoinganno) del pastore, che non vuole vedere la passione incipiente e la nasconde dietro la sublimazione religiosa, persuaso sino all’ultimo che il male non è mai nell’amore.

La perfetta felicità di Gertrude, che irraggia da tutto il suo essere, nasce dal fatto che non conosce il peccato. In lei – si ripete estasiato il pastore – tutto è luce. E a quella lezione (attinta a un uso selettivo delle citazioni evangeliche) Gertrude intende restare fedele: Nel mio cuore non sento niente che non sia buono. Vorrei non far soffrire nessuno… Non vorrei dare che felicità.

Ne consegue che alla comparsa del conflitto e della colpa la favola scivola e precipita nella tragedia. A nulla vale neanche la preveggenza intuitiva della moglie del pastore, che tenta invano di aprirgli gli occhi: a riconferma della rilevanza centrale, nel testo di Gide, del tema della cecità, che si presenta anche come metafora e simbolo della cecità di fronte al lato oscuro di se stessi e dell’esistenza: in una prospettiva che fa di Martens quasi un prototipo dei Falsari – ovvero dei falsificatori della verità, delle relazioni e dell’amore – cui Gide dedicherà pochi anni dopo, nel 1925, il suo più grande romanzo.

André Gide, Isabelle. La sinfonia pastorale, Milano, Garzanti, 2010; introduz. di L. Binni e traduz. di Marco Forti.

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