La Resistenza di Steinbeck

1942. Esce negli Stati Uniti La luna è tramontata (The Moon is Down, titolo tratto da una battuta del Macbeth di Shakespeare). L’autore, John Steinbeck, è già noto al grande pubblico per il successo dei precedenti romanzi, da Pian della Tortilla Furore

Mentre divampa il secondo conflitto mondiale, lo scrittore californiano ambienta la propria narrazione in una cittadina norvegese occupata da un esercito straniero: la Germania non viene mai nominata, ma è trasparente l’allusione alle truppe tedesche che in quel momento dilagavano in larga parte dell’Europa. 

La vicenda presenta il graduale sviluppo di un movimento di resistenza: agli inizi la popolazione locale appare sbigottita e impotente, incapace di opporsi all’inattesa aggressione. Ma in breve tempo emerge la volontà di non collaborare con l’invasore. Con l’eccezione di un solitario traditore, ben presto isolato dalla propria comunità, gli abitanti si chiudono in un ostile silenzio, mentre si moltiplicano ovunque gli atti di insubordinazione e di sabotaggio o boicottaggio. 

L’azione ha un andamento teatrale, basato sulla caratterizzazione di alcuni personaggi-chiave e sui loro dialoghi. Spiccano tra tutte le figure contrapposte del colonnello Lanser e del sindaco Orden, che rappresentano rispettivamente l’autorità militare degli occupanti e quella civile – democraticamente eletta – della città.
Entrambi si rendono conto di essere attori e vittime di un gioco mortale – la guerra – che li sovrasta e che fatalmente li travolgerà: ma mentre il primo sembra immolarsi in nome della cieca disciplina, il secondo si sente partecipe di un ideale e di una lotta comune.

Due tratti del romanzo meritano di essere evidenziati. Il primo è la sua estrema attualità, che lo rende quasi un instant book atto a ritrarre il presente storico “in tempo reale”. Nei medesimi giorni in cui le armate di Hitler parevano trionfare, Steinbeck non si limita a descrivere il quadro dell’occupazione militare in corso, ma intuisce il ruolo decisivo che potrà assumere la disobbedienza delle popolazioni soggette, sottolineando anche l’utilità di una strategia di resistenza nonviolenta; persino in assenza di armi, esse possono intralciare, ostacolare e danneggiare l’attività di un nemico apparentemente invincibile ma fragile, esposto a un’ostinata azione di disturbo e logoramento e a uno stillicidio di reazioni che lo snervano e ne intaccano la sicurezza e l’efficienza.

Tuttavia – ed è questo il secondo aspetto rilevante – la narrazione assume un valore emblematico e metaforico che va oltre l’attualità del momento: Steinbeck riflette sulla guerra in generale e sul valore della libertà. Mette in evidenza, ad esempio, come tra i soldati conquistatori subentrino a poco a poco la sfiducia e il dubbio (e poi la consapevolezza) di essere strumenti di un potere occulto, ingranaggi di una macchina che li sacrifica al delirio retorico di un Capo; mentre assai diversa è la coscienza che si fa strada in una minuscola collettività solidale, che opera in modo tacito, ma generoso e condiviso, per la propria indipendenza.

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