La prima vincitrice del Nobel per la letteratura

Vuoi spalancare una finestra sulla Scandinavia e sul suo passato? Leggiti qualche pagina di Selma Lagerlöf. E’ stata la prima scrittrice insignita – nel 1909 – del Nobel per la letteratura; e la prima donna accolta, nel 1914, tra gli Accademici di Svezia che assegnano il Premio.

Nelle sue narrazioni vibra la luce delle campagne svedesi: vasti scenari, case sparse tra distese innevate percorse da slitte, laghi semighiacciati su cui scorrono rare imbarcazioni, fiumi straripanti nel disgelo primaverile, boschi immensi e foreste di betulle ove si aggirano famiglie di orsi o branchi di lupi.

È il paesaggio rurale del Värmland – la regione in cui era cresciuta prima di trasferirsi a Stoccolma – popolato da minuscole comunità rurali, di cui vengono evocati i costumi e la quotidianità, ma anche i rituali magici e le leggende, in un’atmosfera fiabesca.

Quel “piccolo mondo antico” – in cui domina la potenza di una natura ostile e stupenda – anima i romanzi di Lagerdöf, a cominciare dalla Saga di Gösta Berling che la rese celebre nel 1891, all’età di trentatré anni. Certo, non vi scoprirai la Svezia d’oggi ma quella ottocentesca e premoderna, in cui si avvertono gli echi dell’epica cortese e cavalleresca: infatti l’eroe protagonista entra nella stravagante compagnia dei Cavalieri di Ekeby, “gli allegri, gli spensierati, gli eternamente giovani”, improvvisati filosofi o musicisti che al gioco e alle bevute alternano gli innamoramenti appassionati e infelici. Ma proprio dalla natura sa trarre una continua lezione di vita:

“Gösta”, disse a se stesso, “non sei più capace di pazienza, non sai più accettare il dolore? Tu, che la povertà di tutta una vita ha indurito, tu che hai udito ogni albero del bosco, ogni zolla dei campi predicare la rinuncia e la pazienza, tu che sei cresciuto in un paese dove l’inverno è rigido e l’estate avara, hai dimenticato l’arte di resistere? […] La vita è dura, la natura è dura. Ma entrambe generano coraggio e allegria quale contrappeso alla propria durezza, altrimenti nessuno riuscirebbe a sopportarle”

Sono gli anni in cui il teatro scandinavo – con Ibsen Strindberg – si imponeva all’attenzione del pubblico internazionale con opere di inquietante modernità.
L’orizzonte di Lagerlöf è diverso: vi prevale la nostalgia di valori antichi e di una società d’altri tempi. Ma vi si affacciano anche gli impulsi autodistruttivi, il motivo della follia e la tentazione di una fuga nell’utopia.

Quest’ultimo tema le ispira la trama di Jerusalem, che prende spunto da un fatto di cronaca: un gruppo di proprietari terrieri aveva lasciato la Svezia per traferirsi in Palestina e fondarvi una colonia destinata a sperimentare una fraternità evangelica e comunitaria (Lagerlöf ebbe modo di visitarla durante un viaggio in Medioriente).
E quanto alla pazzia, essa è alla base di un terzo fortunato romanzo, L’imperatore di Portugallia, in cui la Portugallia è una terra favolosa, concepita dalla mente sconvolta di un padre che per non credere alla rovina dell’amatissima figlia Klara la immagina sovrana di un regno meraviglioso. 

Tuttavia questo delirio non regge al confronto con la realtà, così come si dissolve il miraggio di una Gerusalemme che anziché città santa si rivela “un luogo in cui tutti si odiano e si combattono”. Ed entrambi i romanzi vedono un ritorno – degli emigrati e di Klara – al villaggio natale: alla vecchia Svezia che Lagerlof (“la più grande scrittrice dell’Ottocento”, secondo Marguerite Yourcenar) continua ad amare e far amare ai lettori.

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