La New York ebraica di Potok in tre romanzi di formazione

La station wagon strideva e cigolava, i pneumatici affondavano con stridenti contraccolpi nelle buche allagate, che butteravano la strada come dopo un cataclisma. Lungo i marciapiedi rotti e sfondati si innalzavano caseggiati di mattoni a cinque piani con le finestre sbarrate da assi oppure aperte alla pioggia come orbite vuote. Una casa aveva subìto un incendio; era bruciacchiata, parte del tetto era crollata dentro l’ultimo piano, in mezzo a cui si apriva una profonda breccia, una crepa simile a una ferita d’ascia alla testa; i mattoni erano sparpagliati sul marciapiede di cemento. Lungo tutta la via, intorno alle case e negli sporadici lotti vuoti, erano sparsi i rifiuti del quartiere: lattine di birra, bottiglie di whisky, giornali, escrementi di cane, un materasso marcito, una sedia abbandonata, una culla, un televisore sventrato – cumuli di immondizia infernale che parevano il cimitero di ogni speranza.

da Il dono di Asher

“Enorme e orrenda città”, disse una sera a cena Jacob Daw. “Il cuore del potere capitalista in declino. Una città spietata, priva di speranza”. “Capitalismo e compassione sono incompatibili”, osservò mia madre.

da L’arpa di Davita

Nato nel Bronx da emigrati polacchi, Chaim Potok (1929-2002) non manca di denunciare il degrado urbano e gli squilibri della città natale. La sua narrativa, per lo più ambientata nei quartieri ebraici di Brooklin – specialmente nei distretti periferici – e di Manhattan, apre una finestra sul variegato mondo della comunità ebraica della metropoli e sulle tensioni che ne hanno animato la storia e l’esperienza quotidiana: da un lato il tenace attaccamento a un’antica cultura religiosa, dall’altro lo spirito della modernità, con l’irruzione delle ideologie politiche e dei nuovi stili di vita.

Nelle opere più celebri di Potok – Danny l’eletto del 1983 e Il mio nome è Asher Lev del 1991 – i protagonisti sono ragazzi che affrontano l’ostilità della famiglia (e del loro gruppo sociale) per esprimere le loro qualità e seguire la loro passione: il primo diventerà psichiatra, mentre il secondo si affermerà come pittore, sfidando la diffidenza degli ebrei ortodossi verso le arti figurative. Nella vicenda di Asher lo scrittore offre anche una rappresentazione della nascita e formazione del talento artistico, oltre che della scoperta dell’arte contemporanea e del rapporto problematico tra estetica e morale.

Una scrittura avvincente e una trama altrettanto intrigante si ritrovano nel romanzo di formazione “al femminile” L’arpa di Davita, in cui la protagonista-narratrice è una ragazzina – anche lei ebrea newyorkese – che cresce in una famiglia impegnata a “cambiare il mondo” attraverso la lotta per i propri ideali. L’opera ha un seguito in un libro pubblicato da Potok alla vigilia della morte (Vecchi a mezzanotte), in cui Davita ricompare da adulta; ma un’analoga prosecuzione avevano avuto anche le vicende di Danny (La scelta di Reuven) e di Lev (Il dono di Asher).

Danny, Asher e Davita scoprono la realtà che li circonda, dal microcosmo della sinagoga alle tragedie del Novecento, passando per una New York caotica e tentacolare: ma soprattutto scoprono se stessi e le loro più autentiche aspirazioni, sino a maturare (come in ogni storia di apprendistato) un originale progetto di vita. Li accompagna la continua domanda sul mistero e sul senso dell’esistenza, cui la sapienza ebraica offre sorprendenti risposte:

Perché Dio ha creato un mondo in cui tutto muore?”  [domanda Asher al papà osservando per strada un uccellino morto].
“Così la vita sarebbe stata preziosa, Asher

(da Il mio nome è Asher Lev)

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