La montagna dell’anima di Gao Xingjian. Un viaggio nella Cina remota

Hai vagato da una città all’altra […]Talvolta in un vicolo dimenticato dalla pianificazione urbana ti è capitato di scoprire all’improvviso una vecchia casa con la porta aperta. Ti fermavi e gettavi un’occhiata al cortile con i panni stesi su bastoni di bambù, avevi l’impressione bastasse entrare per tornare all’infanzia e ravvivare i ricordi appassiti.
Sei entrato e ti sei reso conto che ovunque tu vada trovi tracce dell’infanzia. Stagni coperti di lenticchie d’acqua, locande di paese, ponti di pietra inarcati e barche che vi passano sotto, gradini che digradano sul fiume, un pozzo prosciugato, fanno parte dei tuoi ricordi e anche se non hai mai vissuto in quei luoghi ridestano in te una nostalgia incontenibile […] Forse fanno parte di una tua vita precedente di cui conservi brandelli di ricordo, a meno che siano le tue dimore in una vita futura.

Nel capolavoro di Gao Xingjian – cinese emigrato a Parigi, premio Nobel nel 2000 – la seconda persona si alterna continuamente alla prima. Personaggi fondamentali sono infatti un io e un tu: il primo è uno scrittore perseguitato, che lungo il Fiume Azzurro va esplorando le tracce dell’antica Cina; il secondo, reduce dall’errata diagnosi di un tumore, è intento a un doloroso esame di coscienza e alla ricerca di una misteriosa Montagna dell’Anima. Le si affianca spesso una lei che sembra dare voce a una polarità femminile contrapposta (e solo a tratti complementare) al maschile. E talora compare un essi (Dicono…), mentre il noi viene escluso in quanto falso confuso: un tributo alla centralità dell’individuo, negata dalla collettivizzazione forzata.

All’originalità della struttura narrativa si accompagna un caleidoscopio di immagini, attinte in larga parte all’esperienza autobiografica dell’autore (che negli anni Ottanta, prima di lasciare il proprio paese, compì un viaggio di quindicimila chilometri nelle sue regioni meridionali) e inerenti alle periferie dimenticate della Cina, lontane dalle gigantesche metropoli. Tra le montagne del Sichuan, le valli del Guizhou e le foreste dello Yunnan, lo scenario si compone da umili villaggi, ignoti capoluoghi di distretto e riserve naturali, ove al lettore si offrono frequenti escursioni nel tempo: non solamente nel passato prossimo (la denuncia delle vicissitudini sofferte da molti – come dallo scrittore – nel periodo della Rivoluzione Culturale), ma anche in quello remoto che sembra rivivere nei canti popolari, in racconti mitici e leggende, in ricette di pozioni magiche o pratiche esoteriche o superstizioni locali, oltre che in reperti di dubbia autenticità.

Il viaggio archeologico antropologico corre parallelo alla riflessione e al bilancio esistenziale, mentre l’universo cinese si rivela – al di là di tutti gli stereotipi – nella complessità multiforme delle sfaccettature, dei paesaggi e delle stratificazioni spaziotemporali. Illuminanti, in tale contesto, gli incontri e i dialoghi nei templi buddisti e con le monache taoiste, per le quali “la casa è ovunque” e “Cielo e Uomo sono tutt’uno, e la concezione del cosmo e dell’uomo coincidono”.

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