La guerra ce la spiega Remarque

Paul Bäumer cadde nell’ottobre 1918, in una giornata così calma e silenziosa su tutto il fronte che il bollettino del Comando Supremo si limitava a queste parole: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”.

I protagonisti di Niente di nuovo sul fronte occidentale – a cominciare dal narratore – sono studenti diciottenni. Si sono conosciuti tra i banchi di scuola e si ritrovano nelle trincee del primo conflitto mondiale. In quello scenario devastato – tra moltitudini di topi e pidocchi – si seppelliscono le loro adolescenze. Il trauma mette ben presto a nudo la retorica del patriottismo: quello degli avventori delle birrerie – che blaterano “con voce tonante” di immaginarie strategie vittoriose – e quello di certi insegnanti, come il professor Kantorek che li ha esortati all’arruolamento.

Kantorek ci teneva tanti e tanti discorsi, finché l’intera classe, sotto la sua guida, si recò compatta al comando di presidio ad arruolarsi come volontari. Lo vedo ancora davanti a me, quando ci fulminava attraverso i suoi occhiali e ci domandava con voce commossa: “Venite anche voi, vero, camerati?”

Come notava Erasmo da Rotterdam, dulce bellum inexpertis, la guerra piace a chi non ne ha fatto l’esperienza. Kantorek continua soddisfatto a definire i propri ex allievi “gioventù di ferro”. Ma di ferro, purtroppo, sono soltanto i proiettili e le granate, o i carri armati, che vengono loro incontro: i corpi ne sono atrocemente dilaniati, quando non sperimentano gli orribili effetti dei gas (che lasciano “cadaveri con le facce bluastre e le labbra nere”, o “soldati asfissiati che, soffocando ogni giorno, vomitano pezzo per pezzo i polmoni bruciati”) o la condizione disperata dei prigionieri, costretti a sopravvivere elemosinando rifiuti.

La tragica vicenda dei giovani tedeschi mandati a combattere sul fronte francese percorre il capolavoro di Erich Maria Remarque, che era stato uno di quei ragazzi. Il libro uscì nel 1929 e pochi anni dopo venne censurato e bruciato sulle pubbliche piazze. Era ovvio che i nazisti lo destinassero ai loro roghi: era un manifesto dell’antimilitarismo e del pacifismo, quanto di più avverso alla propaganda bellica che andava preparando un’altra guerra mondiale. 

Più tardi, nel 1954, anche di questa Remarque avrebbe lasciato pagine memorabili, specialmente in quel terribile romanzo che è Tempo di vivere, tempo di morire: ove le drammatiche ricadute della guerra si riflettono nel vagabondaggio di un soldato tedesco reduce dal fronte russo, che nel 1944 fa ritorno nella propria città per una breve licenza e la trova ridotta a un cumulo di rovine fumanti. Sono pagine esemplari di quella “letteratura delle macerie” che ha ispirato gli scrittori tedeschi del dopoguerra sino agli inizi degli anni Cinquanta (si pensi agli esordi narrativi di Heinrich Böll) e che grazie a Rossellini ha trovato nel cinema un’eco – o meglio un’anticipazione – nelle indimenticabili sequenze di Germania anno zero.

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