La cosa buffa di Berto. Un’educazione sentimentale a Venezia

Si apre con un triplice esergo il romanzo La cosa buffa, pubblicato nel 1966 da Giuseppe Berto all’indomani del successo ottenuto con Il male oscuro, che nel ’64 si era aggiudicati in una settimana il premio Campiello e il Viareggio. Accanto a Conrad (Che cosa buffa è la vita…), si citano Miller (C’è solo una grande avventura, ed è al didentro, verso l’io) – e Musil: Siamo noi, invece, in balìa della cosa. E in effetti una psiche in balìa degli eventi, oltre che delle emozioni e degli ormoni, è quella del protagonista Antonio, che si muove in una labirintica Venezia alle prese con le perturbanze dell’esperienza erotica, ma innanzitutto di un innamoramento vissuto con esaltazione cosmica:

 L’incontro con la ragazza non risultava più casuale o casomai dipendente da lui o da lei o da tutt’e due insieme, ma costituiva il risultato d’un’ininterrotta e rigorosa successione di avvenimenti cominciata con la creazione dell’universo e fatalmente sfociata su quella terrazza del Caffè alle Zattere, dove due esseri che da sempre si cercavano nell’infinito dei mondi all’ultimo s’erano una buona volta incontrati.

Nei suoi lunghi periodi privi di punteggiatura, la prosa di Berto restituisce al lettore il monologo interiore dell’antieroe, registrandone le incessanti elucubrazioni, in un accumulo di congetture dubbi perplessità ripensamenti che denunciano la sua irresolutezza (o i sintomi di una sindrome maniacodepressiva) con esiti che spesso rasentano il comico. A differenza di quanto avveniva nelle pagine autobiografiche del Male oscuro, qui la psicoanalisi non indugia sugli abissi della sofferenza, ma assume il tono – allegro ma non troppo – di una leggerezza avventurosa, ancorché dolorosa per le delusioni che accompagnano ogni percorso di formazione. 

 Su entrambe le relazioni amorose sperimentate da Antonio incombe sino all’ultimo, naturalmente, lo spettro dell’esito tragico – ovvero del fallimento – che pare sostituirsi beffardo al fantasma del desiderio. Ma le sue storie con Maria e con Marica (nomi non a caso simili, a designare personalità antitetiche oltre che socialmente distanti) approdano di continuo a provvisorie – e spesso ingannevoli – intuizioni ed evoluzioni, in direzione di un lento processo di adeguamento dal sogno alla realtà, che non riguarda soltanto la dimensione sentimentale.

Egli non partiva ora da illusioni d’anime che da sempre si cercassero nell’infinito dei mondi per saldarsi in una lusinga d’eternità bensì dal riconoscimento dell’umana temporaneità e decadenza, e forse non era bello cominciare una storia in tal modo ma evidentemente non v’era modo migliore di cominciare una storia su questa terra ovvero il male vi era così grande e diffuso che non era concesso d’amarsi per speranza ma solo per difesa, perciò lui e Marica nient’altro erano che due persone le quali decidevano di percorrere insieme un tratto sicuramente non interminabile dell’esistenza unendosi più nella miseria che nella felicità e tuttavia accordandosi il conforto reciproco che nella miseria è lecito ai mortali accordarsi, vale a dire far l’amore con la più grande frequenza e col più grande gusto possibili.

A proposito della Venezia di Berto, va detto che di lì a poco lo scrittore veneto cominciò a dedicarsi (prima come sceneggiatore cinematografico, poi come drammaturgo e narratore) ad Anonimo veneziano, ove con tutt’altro registro stilistico avrebbe accompagnato attraverso le calli una coppia intenta a vivere non più uno ‘stato nascente’ della passione, ma una condizione ‘terminale’ in cui si specchiava (nell’eco di Mann) l’agonia della città lagunare.

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