La consegna del Nobel a Carducci

Il 10 dicembre 1906, due mesi prima di morire, Carducci ricevette nella propria abitazione di Bologna, in via Mura di Porta Mazzini 4, l’ambasciatore svedese Carl Nils Daniel Bildt, che gli comunicò ufficialmente le motivazioni per cui l’Accademia di Stoccolma aveva deciso di assegnargli il Nobel per la Letteratura. Una prima comunicazione era giunta in via riservata il 15 novembre, con la richiesta di mantenere la segretezza.

All’incontro erano presenti alcuni amici, il fratello Valfredo e le tre figlie (Beatrice, Laura e Libertà, soprannominata Tittì). Il diplomatico – che come membro dell’Accademia aveva avanzato sin dal 1904 la candidatura di Carducci – richiamò gli intenti che avevano ispirato Alfred Nobel nell’istituzione del Premio: occorreva tenere presenti, oltre al valore letterario, l’impegno etico e la capacità di esprimere ideali: e in Carducci erano ben vive le idealità di patria, libertà e giustizia, accanto a una sorta di fede religiosa.

La severità morale delle vostre liriche, la candida purezza nella quale sorge il vostro canto verso le alte cime, tutta l’austera semplicità della vostra vita sono pregi elevatissimi, davanti ai quali ci inchiniamo tutti, a qualunque religione o partito apparteniamo. Sono doni di Dio; sotto qualunque forma apparisca è sempre lo Stesso, e da Lui imploriamo che continui a scendere sul vostro venerando capo la santa benedizione che si chiama amore.

Il poeta, commosso ma ormai semiparalizzato dalla malattia, riuscì a mala pena ad articolare poche parole di ringraziamento. Ma nei giorni successivi la notizia ebbe nella penisola una vasta eco, non priva di eccessi retorici: il prestigioso riconoscimento era andato al vate nazionale e al cantore – insieme – del mito risorgimentale e della classicità. Pareva un omaggio dell’Europa e del mondo alla nuova (e all’antica) Italia: tanto più che nei medesimi giorni anche il Nobel per la Medicina veniva assegnato al medico pavese Camillo Golgi per i suoi studi sul sistema nervoso. 

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