La Bosnia e la Sarajevo multietnica di Andrić

Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane[…] Indicano il posto dove l’uomo ha incontrato l’ostacolo e non si è arrestato, lo ha superato e scavalcato come meglio ha potuto, secondo le sue concezioni, il suo gusto e le circostanze.

Sono parole di Ivo Andrić, premio Nobel per la Letteratura nel 1961. E proprio un ponte dà il titolo al suo capolavoro – Il ponte della Drina del 1945 – e ne costituisce il protagonista e quasi la voce narrante. 

La Drina è il fiume che bagna Višegrad, la città bosniaca – ai confini con la Serbia – in cui lo scrittore era cresciuto. Il suo è un romanzo storico, che atttraverso vari episodi segue la vicenda di quei luoghi in un arco di tempo che va dal Cinquecento sino alla prima guerra mondiale. Ma Višegrad e il suo ponte rappresentano soprattutto un eccellente punto d’osservazione per scoprire (e ricostruire) le tensioni e i conflitti che hanno segnato la convivenza di etnie e religioni diverse- musulmani, cattolici, ortodossi, ebrei – nel passaggio dall’impero turco a quello austriaco, ovvero dalla dominazione ottomana a quella asburgica. 

Le pagine di Andrić ci regalano un affresco di quella società variegata e inquieta, in cui si intrecciano innumerevoli storie e personaggi: mercanti e pascià, monaci e briganti, artisti e mendicanti. Un quadro parallelo si ritrova peraltro nei Racconti di Sarajevo degli anni successivi, ove non mancano – ad esempio nella celebre Lettera del 1920 – riflessioni amare e impietose, che potrebbero definirsi profetiche (se si pensa ai disastri e ai massacri prodotti dalla guerra del 1992-95):

La Bosnia è il paese dell’odio […] L’odio che fa scontrare l’uomo contro il proprio simile e che poi rigetta nella miseria e nella disgrazia o sotterra ambedue i contendenti; l’odio che come un cancro nell’organismo consuma e divora tutto intorno, per autodistruggersi.

Nondimeno, la scrittura di Andrić sa spesso alternare – al crudo realismo delle tragedie storiche – la leggerezza della commedia: come nello splendido racconto I sellai, in cui i negozianti del bazar di Sarajevo soccombono all’onda emotiva suscitata da Stanka, una ragazza alta e robusta, dalla vita strett, un volto innocente e grazioso, una stupenda ragazza dai capelli biondi, che porta – finalmente – cambiamento e inquietudine nelle loro esistenze.

Le citazioni sono tratte da I. Andrić, Racconti di Sarajevo, Milano, Newton Compton, 1993 (traduz. di D. Badnjević Orazi).

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