Il Tutto e il Nulla nella poesia di Turoldo

Il 22 novembre 1916 nasceva a Coderno del Friuli David Maria Turoldo

Sempre sul ciglio di due abissi
tu devi camminare e non sapere
quale seduzione, 
se del Nulla o del Tutto,
ci abbatterà …

Questo componimento, sotto il titolo Ultima lapide, apriva nel 1987 il volume Il grande male di David Maria Turoldo e confluiva l’anno successivo nella più vasta antologia del poeta (O sensi miei… Poesie 1948-1988), cui contribuivano con due note introduttive e una postfazione Andrea Zanzotto, Luciano Erba e Giorgio Luzzi. Era proprio Luciano Erba a segnalare nel poeta e religioso friulano una disincantata e diretta percezione del Tutto e del suo contrario e un’incessante lotta con l’angelo del Nulla, che richiama l’episodio biblico della scala di Giacobbe e le pagine più inquietanti dell’Apocalisse (evocata dal titolo di un’altra raccolta turoldianaIl sesto angelo).

Viandante metafisico lo definiva l’amico scrittore Luigi Santucci, mentre per Ungaretti i suoi versi scaturivano da macerazione per l’assenza-presenza dell’Eterno; e in effetti l’ermetismo di Ungaretti – non meno dell’espressionismo di Rebora – risuona in molti testi di Turoldo, sospesi tra smarrimenti e domande:

Mai di te sapremo: / o Suono / o Silenzio / o Parola / che tu sia (Mai di te)
Forse questa è l’ora / in cui non esistiamo / emigrati dal tempo (Sera di Ferragosto)
È rotta per sempre / la comunione / con la natura profonda? (Era quella).

Ma c’è anche altro, nelle pagine come nella vita di padre Turoldo: dapprima militante nella Resistenza (quando fondò a Milano il giornale clandestino L’uomo) e impegnato nel progetto utopico di Nomadelfia, poi “coscienza inquieta” della Chiesa conciliare e voce profetica, pronta a gridare la propria denuncia contro ogni sopruso.

È qui evidente la consonanza con la grande poesia civile del Novecento, di matrice specialmente latinoamericana: dal Canto generale di Neruda al Canto cosmico del nicaraguense Ernesto Cardenal, esponente della teologia della liberazione (cui Turoldo affiancava una teologia della speranzaSe la disperazione è totale, totale dev’essere la speranza, perché soltanto dal contatto tra estremi può scoccare la scintilla): dove la poesia sale sulle barricate a rompere le nuove catene / in questo infinito Egitto del mondo: / oceano di gemiti e pianto di schiavi / sotto imperiosi terrori (Vogliamo ancora profeti). 

Finché i toni si smorzano e la meditazione esistenziale torna a prevalere – ma ancora più strettamente associata a un sentimento di universale fratellanza – nel testamento spirituale dei Canti ultimi, scritti durante la malattia, di cui restano emblematici questi versi:

Fratello ateo,
nobilmente pensoso,
alla ricerca di un Dio
che io non so darti,
attraversiamo insieme il deserto.
Di deserto in deserto andiamo oltre
la foresta delle fedi, liberi e nudi
verso il nudo Essere e là,
dove la parola muore,
abbia fine il nostro cammino.

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