Il romanzo sociale di Giovanni Cena

Le soffitte dei sobborghi sono lo sfondo di questo quadro, dove non mancano il poeta tisico, la morte di parto della ragazza sedotta, la galera per il pittore non conformista, lo sciopero e i conseguenti arresti.

Così Italo Calvino, nella prima edizione Einaudi dell’opera, presentava l’ambientazione – torinese – del romanzo di Giovanni Cena Gli Ammonitori, pubblicato dall’autore a Roma nel 1904, poco dopo il suo trasferimento nella capitale (ove avrebbe diretto la rivista “Nuova Antologia” e vissuto un’intensa relazione con la scrittrice Sibilla Aleramo). 

La vicenda si svolge in quei medesimi anni, protagonista un operaio tipografo – Martino Stanga – che per quanto orfano è riuscito ad apprendere un mestiere e a farsi una cultura da autodidatta, che mescola – secondo Calvino – i fermenti umanitari, miserabilisti, scientistici, nietzschiani e bohémiens, da cui comincia a prendere forma una coscienza socialistica nell’Italia di fine Ottocento. Larga parte della narrazione è occupata dalle traversie degli inquilini che soggiornano in un caseggiato del rione popolare in cui Stanga ha preso dimora, o meglio nelle loro soffitte (poiché anche i palazzi riflettono la gerarchia sociale e si passa dagli appartamenti riscaldati dei piani bassi alle gelide stanzine sotto i tetti). Vi si agita una folla disgraziata di piccoli artigianiubriachi, disoccupati artisti poveri, vittime di uno stato comune di esclusione o emarginazione:

esseri umani le cui sofferenze, le cui gioie di un attimo, i cui riposi pesanti, divisi soltanto da un sottil muro, gettavan nei corridoi rumori indistinti, vagiti, ronfi, bestemmie. E allora sentivo qualcosa che entrava in me, qualcosa di tutti quegli esseri: pareva che la lor vita grave pesasse sulla mia: non mi sentivo più libero di esser solo.

Proprio questa presa di coscienza (e di una pur generica coscienza di classe) accompagna il protagonista nella maturazione di un progetto – quello di un gesto solitario di protesta, a sua volta capace di scuotere – e ammonire, come suggerisce il titolo – le coscienze assopite dell’opinione pubblica e delle massime autorità (il re, addirittura): il tutto tramite il sacrificio totale di sé, vissuto con una tensione che evoca – a partire dal modello foscoliano – l’individualismo romantico

Altri e più recenti echi culturali, tuttavia, si affacciano a questo, introducendo molteplici suggestioni nel romanzo di Cena. Innanzitutto il tema del disadattamento (e della rivoltadei giovani artisti o intellettuali, che aveva trovato ampia risonanza nella stagionedella Scapigliatura, attingendo anch’esso – peraltro – al conflitto romantico tra il singolo e la società, o tra l’ideale e il reale. In secondo luogo, l’ammirazione per coloro che associano lo spirito filantropico alla scienza positivista: non a caso i personaggi più positivi sono due medici impegnati in una generosa battaglia per migliorare la condizione di madri e bambini (e particolarmente importante è la figura della dottoressa Eva Lavriano, ispirata da quella di Gina Lombroso, figlia del noto scienziato). Da ultimo, l’interesse verso i nuovi orizzonti che si affacciavano nel dibattito culturale d’inizio Novecento e di cui danno prova – negli Ammonitori – i riferimenti alla teosofia, o al misterioso rapporto tra macroscopico e microscopico, per non dire delle divagazioni filosofiche di matrice spiritualista:

Ma per me non c’è né oggi, né domani. C’è l’eternità, cioè un punto, e tutto è contemporaneo: il tempo e lo spazio non sono che apparenze: le variazioni, il numero, gli individui non sono che apparenze. La realtà è l’uno, l’Essere […] L’uomo non è altro che la coscienza della terra, è la terra che sente se stessa

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