Il paziente zero

Una malattia sconosciuta, mortale, che arriva da lontano e che non si sa come curare. 
Una epidemia che si diffonde per contatto fra persone, animali e cose.
Una paura che si insinua e dilaga fra le persone, che reagiscono nei modi più diversi: dalla diffidenza patologica all’ironia dissacrante.

Volti diversi di una stessa psicologia di massa, mentre le autorità pubbliche si impegnano e si affannano a cercare soluzioni sanitarie, ad organizzare rimedi e contenimenti, a contenere le reazioni irrazionali.

Intanto, si propongono precauzioni, si impongono restrizioni, si escogitano medicamenti reali e fantasiosi. Niente baci e abbracci, mi raccomando. Laviamoci bene le mani. E stiamo tutti a distanza di sicurezza: girate con un bastone di almeno un metro di lunghezza, è quella l’unità di misura minima.

Ma ogni giorno giungono notizie di nuovi contagiati, da tutti i paesi intorno, vicini e lontani. Qualcuno muore.
C’è chi si affretta a fare riserve alimentari e si chiude in casa, c’è chi se ne va in campagna, c’è chi ne approfitta per fare soldi. Per le strade della città, poca gente e tanto silenzio (che non è poi così male…)
Ed è solo l’inizio: si sa, l’epidemia ha i suoi tempi, vedremo tra qualche settimana o mese…
Ma di chi è la colpa? Chi è stato il primo, il “paziente zero”, maledetto lui?

Di che cosa stiamo parlando, si chiederanno “i miei venticinque lettori”? Del “coronavirus”? Ma neanche per sogno!
Promessi sposi, capitolo 31: un certo Renzo Tramaglino sta entrando in una Milano devastata dalla peste. Per le strade della città, poca gente e tanto silenzio. E quando il giovane imprudente prova ad avvicinarsi ad un passante per chiedere informazioni, questi lo tiene lontano con un nodoso bastone, lungo più o meno un metro, la distanza di sicurezza…

Anche allora (correva l’anno 1630), ci si chiedeva chi fosse stato il “paziente zero”, maledetto lui. Il primo che avesse portato in città il virus, il bacillo mortale, la malattia. E gli storici dell’epoca (tali Tadino e Ripamonti) si interessarono della questione:

Il Tadino e il Ripamonti vollero notare il nome di chi ce la portò il primo, e altre circostanze della persona e del caso: e infatti, nell’osservare i princìpi d’una vasta mortalità, in cui le vittime, non che esser distinte per nome, appena si potranno indicare all’incirca, per il numero delle migliaia, nasce una non so quale curiosità di conoscere que’ primi e pochi nomi che poterono essere notati e conservati: questa specie di distinzione, la precedenza nell’esterminio, par che faccian trovare in essi, e nelle particolarità, per altro più indifferenti, qualche cosa di fatale e di memorabile.
L’uno e l’altro storico dicono che fu un soldato italiano al servizio di Spagna; nel resto non sono ben d’accordo, neppur sul nome. Fu, secondo il Tadino, un Pietro Antonio Lovato, di quartiere nel territorio di Lecco; secondo il Ripamonti, un Pier Paolo Locati, di quartiere a Chiavenna.

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