Il bullismo nell’Ottocento. La maestrina degli operai di De Amicis

Potrebbero definirsi bulli alcuni tra i personaggi di un racconto lungo di Edmondo De Amicis – La maestrina degli operai – pubblicato a puntate sulla rivista “Nuova Antologia” nel 1891 e poi in volume nel ’95.

Certo, i “ragazzacci” comparivano – specialmente nella figura del celebre Franti – anche nel capolavoro dello scrittore, ovvero in Cuore del 1886, e non erano assenti nella vasta narrazione del meno noto Romanzo di un maestro del 1890.
Ma la Maestrina ci offre – dei bulli – la piĂą compiuta rappresentazione. In un centinaio di pagine, assistiamo al maturare di un dramma – destinato a sfociare in tragedia – tra le pareti di una piccola scuola della periferia torinese, ove la protagonista (un’insegnante 23enne, di buona famiglia ma alle prime armi) tiene i corsi serali frequentati da una composita popolazione scolastica, che raccoglie adulti e ragazzitra i dieci e i sedici anni.

Questi ultimi si presentano come demoni scatenatimaneschi, sboccati e insolentipiĂą sfrontatamente corrotti e viziosi dei grandi, reduci spesso da giorni e notti d’ozio, d’alterchi, di gioco e d’ubbriacature, e guasti dalla vicinanza della cittĂ , dove andavano a passar la domenica e donde ogni giorno di festa veniva uno sciame di barabba a giocare e straviziar nelle osterie. Nella scuola portano il puzzo delle pipe e dei mozziconi di sigaro appena spenti, un tanfo misto di vino, di grasso di macchina, di pelli conce, di stalla, di scarpe fradice, e la giovane docente vi scorge la parte infima del popolo che vive in uno stato di ribellione perpetua a tutte le leggi sociali e dĂ  la maggior folla alle carceri e alle galere.
I ritratti sono impressionanti: 

Aveva degli occhi in cui scintillavano tutti i vizi, un mezzo naso voltato in su che era un’insolenza incarnata, una bocca su cui s’indovinavano le oscenitĂ  senza che parlasse, la pelle cinerea, il corpo lungo e scarnito, un po’ curvo, e il sorriso cinico del ragazzo che ha giĂ  percorso un gran tratto su tutte le vie che menano allo spedale e alla prigione.

Basta che uno di loro (non migliore degli altri, ma turbato dalla vicinanza della prima signora che gli discorresse sovente e che, in un certo senso, si curasse di lui) manifesti un sentimento amoroso verso la maestra e tenti di proteggerla dall’indisciplina generale, perchĂ© il gruppo lo isoli e si arrivi alla violenza. 

Ma sullo sfondo De Amicis ritrae le tensioni laceranti della societĂ  italiana di fine Ottocento, in cui il disagio giovanile è acuto in quanto sono vaste le aree della miseria e dell’emarginazione, mentre resta difficile il dialogo tra una borghesia colta – ma vittima di radicati pregiudizi – e un mondo operaio che ancora si confonde con la plebe. Non a caso il personaggio positivo – tra gli scolari – è un militante socialista che lavora in una fabbrica di ferramenti termina ogni discorso col raccomandare l’orgoglio di classe come principio e fondamento necessario della emancipazione avvenire: il che indurrĂ  piĂą tardi – nel 1918 – il poeta russo Majakovskij a trarre da quest’opera la sceneggiatura del film La signorina e il teppista, in cui vorrĂ  interpretare egli stesso la parte del protagonista.

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