Il bastione di Monforte. Una novella verghiana

Tra le raccolte di novelle di Verga, Per le vie – del 1883 – è la prima ambientata a Milano. Di quell’opera il racconto più noto è Il canarino del numero 15, storia di solitudine e malattia di una povera ragazza, da cui l’autore trasse il lavoro teatrale In portineria. Ma la raccolta si apre con una novella priva d’intreccio e tutta descrittiva – Il barone di Monforte – che ne anticipa la tematica (una carrellata di quadretti di vita cittadina), come già era accaduto in Vita dei campi con il testo d’apertura, Fantasticheria, e nelle Novelle rusticane con quello di chiusura, Di là del mare. Sono quelle che Luigi Russo, nel suo memorabile studio su Giovanni Verga del 1921, definì “estrinseche ricapitolazioni nostalgiche dei motivi delle rispettive raccolte”.

Nel Bastione di Monforte un narratore appartato e distante registra le immagini osservabili dal vano di una finestra nel corso della giornata e delle stagioni. L’adozione di questo punto di vista è significativo. E’ noto l’interesse di Verga per la fotografia e per la pittura in chiave naturalista: e la scelta di una serie di inquadrature, delimitate da una cornice, risponde all’intento di un’osservazione distaccata e circoscritta della realtà; così come l’attenzione alle “mille gradazioni di tinte”, o al “muoversi” di “ombre e luce”, risente della contemporanea lezione degli impressionisti. D’altronde, già in Fantasticheria aveva fatto ricorso a una metafora ottica per indicare la propria volontà di realismo:

bisogna […] guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori. Volete metterci un occhio anche voi, a cotesta lente? voi che guardate la vita dall’altro lato del cannocchiale?

Qui il “paesaggio con figure” (la definizione è di Sanguineti) si colloca nella periferia milanese: compaiono un viandante frettoloso, una coppia d’innamorati, una carrozza con le tendine chiuse, un vecchio ricurvo, un operaio, un carrozzino postale. Su tutti aleggia l’atmosfera di alienazione e smarrimento della città protoindustriale, ove ognuno appare estraneo e indifferente. L’unico fugace rapporto si stabilisce tra una donna in abito nero (che attende qualcuno che non arriva) e uno sconosciuto che per un attimo sembra intuirne e comprenderne il dolore:

A quell’ora, ogni giorno, suol passare uno sconosciuto alto e pallido, coll’andatura svogliata e l’occhio vagabondo di chi voglia ingannare l’ora del pranzo. Allorché incontrò la donna vestita di nero egli volse a fissarla il volto magro e austero in cui la percezione acuta della vita ha scavato come dei solchi. e chinò il capo quasi indovinasse, stanco della stanchezza di quella derelitta. Ma fu un lampo, e seguitò ad andare diritto e fiero per la sua via.

Il lampo dell’incontro (in cui istantaneamente si consumano la conoscenza, l’empatia e la perdita) non può non ricordare quello evocato da Baudelaire nella poesia A una passante: nelle vie della metropoli del nord, anche lo scrittore siciliano sperimenta – tramite un alter ego “sconosciuto” – il dramma dell’anonimato e dell’incomunicabilità, che caratterizza la moderna società di massa.

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