I Lirici greci di Quasimodo. Una traduzione da Nobel

O coronata di viole, divina
dolce ridente Saffo

Con questo distico – un frammento attribuito ad Alceo – Salvatore Quasimodo apriva nel 1940 il volume della sua traduzione dai Lirici greci, pubblicata con prefazione di Luciano Anceschi nelle Edizioni di Corrente, nate dalla rivista cui aveva dato vita due anni prima a Milano il diciassettenne Ernesto Treccani, figlio del fondatore dell’omonimo Istituto. Tra le liriche tradotte, dieci erano – rispettivamente – di Anacreonte e di Alceo, e diciannove di Saffo; ma compariva un’altra quindicina di autori (tra cui Simonide, Archiloco e Mimnerno) accanto a testi anonimi. 

Restano memorabili anche le pagine di Anceschi, che ripercorrevano la genesi di quel lavoro, ricordando le conversazioni con l’autore che l’avevano preceduta. Anceschi coglieva un aspetto su cui sono in seguito tornati altri critici, ovvero l’evocazione di una classicitĂ  favolosa in cui si affacciavano – come avrebbe detto Gianfranco Contini – “sensazioni e sentimenti dichiaratamente legati ai miti mediterranei”. Sullo sfondo di quella traduzione (e all’origine della sua ispirazione) vi era l’anima isolana del poeta e la nostalgia di una solaritĂ  smarrita, che finiva per confondersi – quasi come nel sonetto foscoliano A Zacinto – con il rimpianto della grecità e “con le figure tutte antiche di una Sicilia originaria densa dei ricordi di desideri di un’infanzia remota, tumultuosa e perduta”:

Proprio qui, proprio in questa Sicilia immutabile e favolosa, d’oro e di miele, egli aveva avvertito – forse per l’inconsapevole affiorare di uno strato profondo della sua terra ideale – il musicale ricordo di una Grecia piuttosto dionisiaca che pitagorica, di una Grecia del sesso e degli elementi, tra gli urli di lutto delle madri […]

Ci si è molto interrogati sul grado di fedeltà ai testi originali e su quanto invece vi sia di proprio e di personale nelle versioni offerte da Quasimodo, che in uno scritto del 1945 precisò di non avere “aggiunto mai un aggettivo negli spazi bianchi dei frammenti”, onde non tradire le intenzioni degli autori. Ma giĂ  Anceschi notava come i Lirici greci segnarono una pietra miliare non soltanto nella storia novecentesca delle traduzioni, ma anche nel percorso poetico di Quasimodo, tra la prima fase (culminante in Ed è subito sera) e il “nuovo stile” del periodo successivo. E non si può non vedere la consonanza tra la brevitĂ  e l’incompiutezza di quella poesia frammentaria – che si traduceva in pensieri essenziali e immagini folgoranti – e la poetica allusiva dell’ermetismo, con il suo alone di mistero e di occulto. 

Forse per questa ragione lo stesso Quasimodo finì per riconoscere una valenza decisiva a quel libro. Ne è testimone Eugenio Scalfari che sull’Espresso dell’agosto 2016 ha ricordato un colloquio avuto sessant’anni prima alla Casa della cultura di Milano, in cui il poeta – dopo qualche resistenza – ammise: “Se mi daranno il Nobel forse me lo daranno per quello”. 
E il Nobel, atteso da tempo, arrivò nel 1959. 

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