I gatti, i gufi, il cigno. Nel bestiario dei Fiori del male

Fra gli innumerevoli percorsi tracciabili nel capolavoro di Charles Baudelaire sarebbe interessante esplorare quello che si snoda tra i vari animali che vi compaiono. I versi che precedono sono tratti dal componimento d’apertura – Al lettore – in cui i vizi umani vengono associati a una fauna ostile e minacciosa, che sembra incarnare (o evocare) pulsioni tanto profonde quanto malefiche e oscure. 

Ma nei Fiori del male si incontrano anche animali con cui si registra un’empatia intensa e positiva. Non soltanto L’albatro, che in uno dei primi testi della raccolta (il II) interviene a simboleggiare il poeta, re dell’azzurro principe dei nembi, che con le sue ali da gigante non riesce a camminare: ma anche altri, che lo scrittore avvicina nell’esistenza quotidiana e nella propria Parigi. A cominciare dal gatto – gatto serafico, / dove, come in un angelo, ogni cosa / è altrettanto sottile che armoniosa – cui sono dedicati ben tre componimenti (il XXXIV, il LI e il LXVI) che ne celebrano le qualità di sensualità e bellezza, sino a paragonarne lo sguardo a quello della donna amata (lascia ch’io m’immerga dentro le tue pupille / dove il metallo all’agata si mischia); per continuare con I gufi Il cigno (LXVII e LXXXIX), testi che si caricano di un trasparente messaggio politico.
Il primo, composto nel 1851, vede negli uccelli notturni, che attendono immobili il tramonto estraniandosi nelle loro meditazioni, una lezione da recepire e un modello da imitare.

Sotto gli scuri tassi, loro asilo, 
i gufi stanno in fila, dardeggiando
rosse pupille,
simili a iddii stranieri. Meditando.
[…] 
Da loro impari il saggio
che deve a questo mondo aver paura
del tumulto e del moto […]

Il contesto storico è illuminante: mentre tramonta la Repubblica nata dalla rivoluzione del ’48, agli intellettuali non resta che cercare un riparo, nella staticità silenziosa e contemplativa dei gufi, in attesa di agire nelle tenebre. E un altro significativo “quadro allegorico” (per riprendere l’espressione di un grande francesista, Giovanni Macchia) è offerto dall’immagine del cigno, che nella poesia omonima si trascina tra le pozzanghere della metropoli con il cuore colmo del suo lago natale: esule e disadattato come il poeta immerso nel degrado della modernità. Non a caso il componimento era dedicato a Victor Hugo, che aveva scelto l’esilio dopo il colpo di stato di Luigi Napoleone. 

Le citazioni sono tratte dalla traduzione di Giovanni Raboni (Milano, Mondadori, 1973)

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