Heinrich Böll e la letteratura delle macerie

Nella Germania postbellica si parlava – intorno al 1950 – di Trümmerliteratur (“letteratura delle macerie”). E in quell’ambito il risultato più notevole e originale è offerto da un romanzo di Böll apparso nel 1953, E non disse nemmeno una parola, ove i due protagonisti – che alternano le loro voci nella narrazione – si aggirano in una città tedesca (probabilmente Colonia) martoriata dai bombardamenti, spesso osservandone il cielo grigio attraverso le vuote, semicarbonizzate aperture delle finestre.

Fred e Käte sono una coppia separata dalla miseria: lui ha deciso di abbandonare lo squallido monolocale in cui abitano con i bambini e di vivere in strada. Al centro del racconto è la cronaca di un breve incontro, che si snoda tra un luna park, un alberghetto d’infima categoria e un bar: ma nell’arco di ventiquattr’ore si consuma un dramma che non è soltanto privato (quello di due solitudini che continuano a cercarsi) ma epocale, in quanto sofferto da un’intera nazione sulle rovine della Seconda guerra mondiale. 

In particolare Käte – impegnata in un’emblematica battaglia contro la sporcizia, la polvere e i calcinacci di un’abitazione fatiscente – avverte come la sua lotta tenace ma silenziosa (e la sua silenziosa accettazione della sofferenza, richiamata nel titolo) appartenga all’esperienza universale dei miserabili – penso ai milioni di generazioni di poveri che sono vissute senza avere lo spazio per fare all’amore – ma soprattutto alla vicenda secolare delle donne, che le pare di intravvedere nello specchio, accanto alle sue rughe e alle immagini evanescenti dei bambini che le sono morti:

Vedo, là dentro, tante donne… donne gialle che lavano i panni nella pigra corrente di un fiume, le sento cantare… donne nere che scavano la dura terra, odo in sottofondo l’insensato e affascinante tam-tan dei loro uomini in ozio… donne dalla pelle rossa che, il poppante sulla schiena, pestano semi dentro conche di pietra, mentre gli uomini se ne stanno stupidamente accovacciati intorno al fuoco, la pipa in bocca… e le mie sorelle bianche negli alveari umani di Londra, di New York e di Berlino, nelle tenebrose gole dei vicoli di Parigi, le loro facce amare che ascoltano, spaventate, le urla di un ubriacone.

Accanto a lei, “anello forte” anche se minato da una crescente fragilità, Fred incarna il disorientamento di un un’umanità segnata dalla stanchezza, dalla frustrazione o da una rabbia impotente. Nel contempo, la sua condizione di homeless volontario prefigura altri personaggi di Böll – sino al protagonista di Opinioni di un clown – con la vena anarchica che gli rende inaccettabile il conformismo piccolo-borghese (Vedevo i miei bambini aggiogati a quella giostra mortale che comincia con una cartella piena di libri scolastici e finisce da qualche parte su una seggiola d’ufficio), non meno che l’ipocrisia di certi ecclesiastici, ritratti con espressionismo quasi grottesco nella solennità di una processione (Erano assai grassi e sembravano scoppiare di saluti. Quasi tutti quelli che stavano sui marciapiedi, invece, erano malridotti). 

Attraverso lo sguardo disincantato (e “disadattato”) di Fred, Böll prende le distanze dalla deriva intrapresa dalla società tedesca – e da quella occidentale – in direzione del consumismo, del culto del denaro e della mercificazione. Il tono di una satira graffiante anima le pagine dedicate al “congresso dei droghieri”, e alle insegne luminose e ai cartelloni pubblicitari che campeggiano ovunque giganteschi, con i loro messaggi seduttivi e falsamente consolatori (AFFIDATI AL TUO DROGHIERE!); mentre una sorta di controcanto – in questo contesto – è rappresentato da una tensione religiosa sempre viva, per quanto critica e tormentata: un dialogo con Dio destinato ad accompagnare a lungo, e fuori da ogni schema, la narrativa di Böll.

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