Filelfo. Un racconto sapienziale sulla pandemia

C’è una letteratura del COVID 19? Aveva precorso i tempi il romanzo-saggio Spillover, che è anche un reportage dei viaggi a scopo scientifico compiuti da Quammen dalle foreste congolesi alle fattorie australiane, sino agli affollati mercati delle megalopoli cinesi. Poi nel 2020 sono arrivate le cronache del lockdown, come nelle pagine dense e meditate del Veliero sul tetto di Rumiz. Ma particolarmente notevole pare la favola narrata da un misterioso Filelfo sotto il titolo L’assemblea degli animali e pubblicata lo scorso autunno da Einaudi dopo qualche anticipazione su Robinson

Tutto ha inizio all’indomani degli incendi che nel 2019 distruggono in Australia l’habitat di milioni di animali in uno spaventoso ecocidio. Si convoca allora l’assemblea di tutte le specie animali per decidere come reagire ai disastri causati alla Terra dal suo più giovane e intemperante colono, il cosiddetto Homo Sapiens. I pareri sono discordi. Alcuni riscontrano nell’uomo una somiglianza con i grandi predatori del passato, ma i più vi scorgono una minaccia assai peggiore per l’intero pianeta e intendono lanciargli un avvertimento ultimativo: una terribile epidemia, preludio di una possibile, futura estinzione. 

Tuttavia, come scopriranno i lettori, non tutto è perduto. Ciò che merita di essere evidenziato è la qualità della scrittura di Filelfo, che intreccia ai generi letterari della favola e dell’apologo morale (e alla finzione degli “animali parlanti”) un vasto mosaico di citazioni, di cui svela le fonti nell’ampia appendice bibliografica. Si spazia dai testi biblici – Ecclesiaste, Salmi, Isaia – ai filosofi greci, dai poeti latini ad Origene, da Hobbes sino a Kafka, Borges, Camus, per non dire di Freud e Jung, o delle incursioni nell’Oriente buddista. 

Il filone filosofico privilegiato da Filelfo è il neoplatonismo che attinge al Timeo (“Questo mondo è nato come un unico essere vivente dotato di anima e intelligenza”) e recupera le Enneadi di Plotino e la Tavola di Ermete Trismegisto (“Ciò che sta in basso sta in alto…”) per approdare alle riletture recenti dello psicanalista junghiano James Hillman, persuaso che “da tempo l’uomo percepiva l’estinguersi delle piante e degli animali […] e perciò era naturale che la sua anima provasse una sensazione di isolamento, di nostalgia e di lutto”. 

L’inno alla natura si intride di molta e illustre cultura, ovvero di una tradizione sapienziale che risulta adattissima a riorientare l’umanità di fronte alla sfida straordinaria che la attende (d’altronde, nella seconda pagina di copertina l’anonimo narratore riconosce il proprio debito: “Non dico nulla di mio. Ripeto … parole altrui”). Sul banco degli imputati è la catastrofe ecologica foriera delle pandemie del XXI secolo. 

Senza nulla anticipare della trama di Filelfo, va detto che tiene vivo il barlume della speranza. L’umanità può cambiare, osserva la gatta che con il cane Momo ne è la principale alleata. “L’uomo non si conosce, lo sappiamo bene, da quando il germe della dimenticanza lo ha esiliato dall’unica grande anima del mondo. Ma ora sta capendo, per effetto di un altro germe, qual è il suo vero nemico”. E l’ultima pagina – in cui l’esito finale è lasciato alle responsabilità di ciascuno (e alla coscienza che cresce in tutti i viventi) – ripropone la leggenda ebraica dei “giusti” che salvano il mondo, o lo reggono in vita:  

I nuovi giusti sono ovunque, confusi tra la gente comune, disseminati in tutto il mondo, persi in mille lavori e fatiche e problemi, a ricostruire umilmente una nuova arca. Forse qualcuno di loro proprio ora ha tra le mani questo libro e lo sta leggendo. Forse sei tu, lettore arrivato alle sue ultime parole. Che non possono che essere: de te fabula narratur. Perché da sempre la favola parla di te. 

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