Dante su e giù: Voltaire

Voltaire, pseudonimo di François-Marie Arouet (Parigi 1694-1778), è uno degli esponenti di spicco dell’Illuminismo. Nato a Parigi, è un genio versatile spaziando dalla filosofia alla letteratura e alla storia. È uno degli iniziatori dell’Enciclopedie e porta avanti nell’Europa del Settecento, spesso con l’arma dell’ironia, le battaglie per l’affermazione del razionalismo, della laicità dello Stato e della tolleranza.

La cultura razionalista, affermatasi nel Settecento, con l’Illuminismo guarda con grande diffidenza il Medioevo ritenuto un’epoca dove trionfa il “buio” dell’irrazionalità e della superstizione. Il giudizio negativo verso questi mille secoli di storia determina anche l’atteggiamento molto critico verso tutta l’opera di Dante e, in particolare, la Divina Commedia. L’enorme distanza del secolo dei lumi dal mondo dantesco è evidente nel giudizio stroncatorio di Voltaire che definisce la Commedia come un poema “bizzarro”.

«Nella storia della fortuna di Dante in Francia, la critica di Voltaire segna l’estrema punta negativa aggravata dalla durezza di taluni giudizi nonché dall’autorità e dall’eco che ebbero per molto tempo»

(F. del Beccaro, Enciclopedia Dantesca a.v.).

Nell’Essai sur la poésie épique, scritto da Voltaire nel 1728, di Dante si cita il nome soltanto, mentre, per quanto riguarda la letteratura italiana, si dà ampio spazio a Tasso, Trissino, Scipione Maffei e Guarini. Ma è per Tasso, e soprattutto per Ariosto, che Voltaire mostra tutta la sua ammirazione arrivando a riconoscere in lui «il primo dei poeti italiani, e forse del mondo intero… l’immaginazione più feconda che la natura abbia mai concesso a nessuno uomo», pari solo a Omero. «In sostanza è lecito presumere che, già a quell’epoca, Dante rappresentasse nella capacità di giudizio di Voltaire un fenomeno d’irrazionalità e la Commedia un’opera di cattivo gusto, fuori delle regole del poema epico» (Del Beccaro, ibidem).

Voltaire traduce anche alcuni versi della Divina Commedia, cioè parte dell’episodio di Guido di Montefeltro nel canto XXVII dell’Inferno e di Marco Lombardo del canto XVI del Purgatorio. La traduzione è accompagnata da un commento spesso ironico, quando non addirittura sarcastico, a riprova di una totale incomprensione dell’universo dantesco da parte del filosofo francese.

Nel 1756, nel Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni, riconosce tuttavia a Dante il merito di aver nobilitato la lingua toscana poiché, secondo lui, il Poeta si allontana dal cattivo gusto del suo secolo. La posizione di Voltaire viene condivisa genericamente da molti intellettuali francesi (Racine, per esempio) e influisce anche sui letterati italiani. Il critico e letterato gesuita Saverio Bettinelli, che nel 1758 incontra personalmente il filosofo francese e con lui ha un importante scambio epistolare, nelle Lettere virgiliane (1758) stronca la Divina Commedia proponendo che «Sia posto tra i libri di erudizione, e della Commedia si lascino solo taluni pezzi che, raccolti e, come meglio si può, ordinati, formino non più di cinque canti».
Anche Bettinelli, come Voltaire, riconosce nel capolavoro dantesco dei momenti poetici e soprattutto una grande forza linguistica.

Non mancano però in Italia anche importanti voci che dissentono dalla posizione illuministica così negativa nei confronti di Dante, soprattutto quella di Baretti che, riferendosi a Voltaire, osserva: «la forza, la robustezza dello stile delle nostre poesie, al vedere, non è pane pe’ denti de’ signori francesi, i quali se potessero fra gli altri nostri intender Dante e se lo avessero inteso prima di scrivere, anzi… di replicare lo stravolto giudizio di alcun loro antecessore, al certo parlerebbero ed avrebbero parlato con minor dispregio d’una lingua che nelle mani d’un valente scrittore piglia come cera la forma che più si vuole. Dante nell’espressione è fortissimo…».

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