Dante su e giù: Giovanni Boccaccio

Giovanni Boccaccio (Certaldo, 1313-1375) è il massimo prosatore del Trecento. Figlio illegittimo di un mercante fiorentino, socio della compagnia dei Bardi, dopo l’infanzia trascorsa a Firenze, nel 1327 segue il padre a Napoli dove ha modo di completare la formazione umanistica e di conoscere Fiammetta, la donna che ispirerà alcune sue opere giovanili: FilocoloAmorosa visioneElegia di madonna Fiammetta.
Nel 1340 ritorna a Firenze in seguito al fallimento della compagnia dei Bardi. Nel 1348 scoppia la peste che ispirerà il suo capolavoro, il Decameron. Incontra Petrarca, al quale lo stringerà una grande amicizia e ammirazione. Dopo il 1360 si trasferisce a Certaldo, dove scrive soprattutto le sue opere erudite in latino. Muore a Certaldo il 21 dicembre 1375.

Boccaccio è, insieme ai figli del poeta, il migliore conoscitore di Dante nel Trecento (E. Pasquini, 2001); tale interesse e questa profonda conoscenza della vita e delle opere di Dante lasciano un’importante traccia nella sua stessa produzione letteraria, compreso il Decameron, dove in molte novelle troviamo riferimenti a episodi o a protagonisti della Commedia.
«Non c’è pagina in cui non si ascoltino come un brusio, un controcanto sommesso, le allusioni, le reminiscenze, gli echi persino involontari, le citazioni inequivoche della lingua, della poesia dantesca» (Luigi Sasso, 1995).

Fondamentale è per la conoscenza delle opere di Dante l’attività di copista e di amanuense di Boccaccio, come risulta dal cosiddetto Zibaldone Laurenziano in cui, oltre a opere di alcuni autori latini, mediolatini e volgari, vengono trascritte tre epistole di Dante, la corrispondenza tra Dante e Giovanni del Virgilio e le Egloghe dantesche.

Accanto a questo lavoro, Boccaccio dedica a Dante e alla sua opera due importanti contributi.

Il primo è il Trattatello in Laude di Dante: una biografia dantesca con intenti encomiastici, apologetici, come si dichiara fin dal titolo; databile intorno agli anni 1351-55, in essa convivono sia ricostruzioni fantastiche e dicerie sia particolari storici basati su documenti.
Ricostruisce, dapprima, la genealogia di Dante e passa in rassegna gli esponenti del casato; racconta poi l’incontro tra Dante e Beatrice che conduce il poeta alle soglie della follia; illustra i diversi soggiorni e i viaggi compiuti da Dante e presenta l’impegno nella politica e infine le tappe dell’esilio e la morte lontana dalla città natale.
Accanto a questo, Boccaccio insiste sulla corruzione di Firenze, sull’avversità della Fortuna che si abbatte sul poeta, costretto ad affrontare un mare «fluttuoso e tempestoso, gittato ora in qua ora in là, vincendo l’onde parimente e’ venti contrari».
Esamina poi le opere, soffermandosi sulla Divina Commedia, proponendo anche ipotesi, ampiamente confutate, sulla composizione dei primi sette canti dell’Inferno prima dell’esilio e sul ritrovamento degli ultimi tredici canti del Paradiso grazie al sogno in cui Dante compare al figlio Jacopo rivelando il luogo dov’erano conservati.

L’altro importante contributo di Boccaccio consiste nel commento ai primi 16 canti dell’Inferno (e ai 18 versi iniziali del XVII).
Nel giugno 1373 alcuni fiorentini richiesero ai priori della città che venisse fatta una pubblica lettura della Divina Commedia.
Il compito venne affidato a Boccaccio che tenne le sue “lezioni” nella chiesa di Santo Stefano in Badia, a partire dal 23 ottobre, di fronte a un folto pubblico. Dopo circa 60 lezioni, per sopraggiunti problemi di salute, Boccaccio rinunciò a questo incarico. Gli appunti serviti per le lezioni diventeranno le Esposizioni sopra la Comedìa.
Il Boccaccio nega alla Commedia ogni ispirazione soprannaturale, e sancisce definitivamente l’esclusiva interpretazione retorico-letteraria del poema, allineandosi ai profondi cambiamenti in atto del clima culturale, impregnato dei principi dell’Umanesimo, molto diverso da quello condiviso da Dante:

«lo interessarono, più che la problematica mistica e teologica e le ansie per la situazione politico-religiosa (che pur tanta parte sono della Commedia), i drammi che sollecitavano la sua fantasia di narratore, le strane metamorfosi, le allusioni erudite (specie quelle riguardanti il mondo antico), infine ‘l’artificioso testo, la moltitudine delle istorie, la sublimità de’ sensi nascosi sotto il poetico velo’»
(G. Padoan, Enciclopedia Dantesca a.v.)

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