Dante e la poesia del Novecento

Nel panorama del Novecento sono numerosi gli autori che hanno utilizzato la lezione etica e poetica di Dante come fonte di ispirazione tematica, linguistica, espressiva. Per molti di loro Dante non è una semplice presenza verbale, ma il modello esemplare di un plurilinguismo che riesce a “rendere corporeo anche l’immateriale”. 

Una testimonianza esemplare è quella scandita nelle prime opere di Eugenio Montale, da lui definite nel 1965 come «tre cantiche, tre fasi di una vita umana», con l’arsura infernale degli Ossi di seppia (1925), le figure salvifiche delle Occasioni (1939), dedicate alla dantista americana Irma Brandeis (nelle poesie compare con il nome di Clizia, la ninfa trasformata da Apollo in girasole), vera e propria figura salvifica come fu Beatrice per Dante. Sparita nella Bufera (1956) della guerra, la donna riappare nelle opere successive come evento allegorico che rivendica l’esistenza di un “terzo stato”, il diritto di credere al miracolo della poesia che vince anche la morte. 

Una struttura unitaria si può riscontrare anche nell’opera di Mario Luzi, poeta ermetico che nel 1960 attinge alla luce metafisica del modello dantesco, con citazioni quasi letterali dalla Commedia, dalla «tratta d’anime e di spoglie» e «fila d’anime lungo la cornice / chi pronto al balzo, chi quasi in catene» di Onore del vero al «forato nella gola» di Nel magma. Nella trilogia della maturità (Per il battesimo dei nostri frammenti, 1985, Frasi e incisi di un canto salutare, 1990 e Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, 1994) le tracce dantesche si rivelano anche nella struttura che evoca la topografia dantesca delle tre cantiche, con un evidente predilezione per la seconda. Il suo rapporto sempre più intimo fra la poesia dantesca e la propria poesia è evidente nel testo teatrale Il Purgatorio. La notte lava la mente (un verso tratto da Onore del vero, 1956), composto quando raccolse la sfida lanciata dal regista Federico Tiezzi ai poeti: “riscrivere” la Commedia per il teatro.  La rappresentazione delle tre cantiche fu pubblicata tra il 1989 e il 1991: la prima fu scritta da Edoardo Sanguineti, con l’ambiguo doppio senso di Commedia dell’Inferno e la terza da Giovanni Giudici, che scelse come titolo una citazione dantesca Perché mi vinse il lume d’esta stella (Pd. IX, 33).

Una fitta rete di presenze verbali di Dante è presente in molti altri autori del Novecento. Le troviamo nella poesia di Ungaretti (1888-1970) che già ai tempi de L’allegria rivelava richiami al Dante delle rime per Madonna Petra e riferimenti alla canzone Così nel mio parlar voglio esser aspro e in tempi più recenti non si può trascurare l’esempio di Giorgio Caproni che già nel titolo delle raccolte Il seme del piangere o Il muro della terra cita il maestro. Anche per Pier Paolo Pasolini basta la testimonianza di un titolo La Divina Mimesis che è il punto d’arrivo del suo dantismo, mentre le numerose citazioni disseminate con minore o maggiore trasparenza nei versi e negli interventi critici di Andrea Zanzotto possono essere testimoniate dalla risposta che il poeta di Pieve di Soligo diede in un’intervista del 2009 a Niva Lorenzini. Alla domanda: «Qual è il tuo “autore di sempre”? Il “miglior fabbro” [Pg. XXVI, 117] che ha segnato il tuo percorso di scrittura, e in cui ti riconosci ancora oggi?», rispose: «Non avrei dubbi nel riconoscere il mio “miglior fabbro” nel “miglior fabbro” stesso dell’indicazione eliotiana, cioè in Dante.  Dante è l’inventore della lingua. È il fabbro, cioè colui che fa e che facendo mostra il potere che ha questa sua lingua». 

Sono parole che segnano anche i destini di due grandi poeti in lingua inglese che intrecciarono le loro storie intellettuali nel nome di Dante, forgiando opere che seguivano la molteplice struttura della Commedia. Seguendo la cronologia, il primo fu Ezra Pound, con i centoventi Canti che rispecchiano il viaggio dantesco, testimoniando che Dante divenne un modello supremo della sua opera. Fu lui a trasmettere l’amore per Dante a Thomas S. Eliot, che evoca l’inferno nella Terra desolata, opera pubblicata nel 1922 con la dedica “al miglior fabbro” Pound. Seguirono poi i Mercoledì delle ceneri, che segnano il passaggio dalla sterilità spirituale alla speranza purgatoriale e, infine, i Quattro Quartetti, lo stadio che porta alla conoscenza e alla salvezza del paradiso. 

Tra gli autori di lingua spagnola, infine, non si può tacere l’esempio di Borges, che diceva di avere imparato l’italiano leggendo l’opera di Dante, che risuona anche nei suoi scritti critici, nei quali manifestava la «gioia della Commedia, della gioia di leggerla in modo ingenuo. Dopo verranno i commenti, il desiderio di conoscere ogni singola allusione mitologica, di vedere come Dante abbia ripreso un gran verso di Virgilio e l’abbia forse migliorato traducendolo».

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