Da Bergson a Russell. Il Nobel ai filosofi

Com’è noto, non esiste un Nobel per la Filosofia. Ma in varie occasioni il premio per la Letteratura è stato assegnato ad autori che si erano segnalati soprattutto nella saggistica, con particolare riguardo al pensiero filosofico. D’altronde, per gli Accademici di Svezia l’àmbito letterario si è spesso esteso al di là della cerchia dei poeti, dei romanzieri o degli autori di teatro: basti pensare che tra i Nobel per la Letteratura incontriamo un politico come Winston Churchill – in ragione della sua autobiografia – e un cantante (e cantautore) come Bob Dylan.

Quanto ai filosofi, nella prima metà del ventesimo secolo spiccano le figure del parigino Henry Bergson (1859-1941) e dell’inglese Bertrand Russell (1879-1970), premiati rispettivamente nel 1927 e nel 1950. Figure per molti versi antitetiche, in quanto a separarli non è soltanto la Manica – e il forte radicamento nella cultura francese o in quella anglosassone – ma anche il percorso degli studi e l’orientamento: più concentrato sul terreno filosofico il primo – un ebreo che si avvicina al cristianesimo e che dalla critica del positivismo approda a un originale spiritualismo – e indirizzato verso un rigoroso agnosticismo il secondo, che esordisce come matematico e in seguito pubblica numerose opere a carattere storico e politico.

Ciò che forse li accomuna – e dovette contribuire all’assegnazione del Nobel – è la qualità pregevole della scrittura. Nel caso di Bergson, essa si manifesta nella frequenza con cui (nelle opere migliori, da Materia e memoria a L’evoluzione creatrice, ma anche nel saggio sulla comicità, Il riso) è solito intessere il discorso filosofico di metafore singolarmente suggestive e di sottili analisi psicologiche; mentre in Russell risalta il talento di serio – e brillante – divulgatore, evidente non solo nella memorabile Storia della filosofia occidentale, ma anche, ad esempio, nella Storia delle idee del XIX secolo; per non dire della verve appassionata che animava i suoi interventi – scritti e oratori – nel corso delle battaglie pacifiste. 

Resta istruttivo anche il Decalogo per gli scrittori che lo stesso Russell pubblicò nel 1951 – all’indomani del Nobel – sul New York Times Magazine, dove già la prima regola sembra delineare “tutto un programma”:

La buona scrittura è sperimentazione, è seguire sentieri non ancora battuti (o almeno cercarli), sia nello stile narrativo sia nei contenuti. Abbandonare il conosciuto per trovare nuove forme di comunicazione e nuovi sogni è una delle caratteristiche di base dell’arte ma anche del buon artigianato. 

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