Così Calvino rileggeva l’Ariosto

L’interesse di Calvino per Ariosto somiglia a un’affinità elettiva. Traspare nella sua narrativa – si pensi al Cavaliere inesistente – ma si manifesta anche nelle trasmissioni radiofoniche dedicate nel 1967 al poeta ferrarese, che precedettero la comparsa – nel ’70 – dell’Orlando Furioso raccontato da Italo Calvino: un testo che conduce per mano il lettore nella selva delle avventure ariostesche, con un percorso che si avvale di fili conduttori tematici per individuare – e assaporare – gli svariati ingredienti del poema. In una geografia sconfinata, si divaga tra amori e magie, astuzie e tradimenti, creature fantastiche e duelli e tragedie e follie, intervallando i commenti e le narrazioni in prosa alle ottave dell’Orlando.

Con sorridente ironia – tratto che lo avvicina all’Ariosto – Calvino ammira divertito non soltanto le trame immaginose, ma anche “la scommessa che il poeta fa con se stesso” di “italianizzare quanti più nomi inglesi può” (Come far entrare i nomi di Lancaster, di Warwick, di Gloucester? Li trasformeremo in Lincastro, Varvecia, Glocestra. E Clarence? E Norfolk? E Kent? Basterà dire Chiarenza, Nortfozia, Cancia. E’ un gioco che può continuare quanto si vuole: Pembroke diventa Pembrozia, Suffolk Sufolcia, Essex Essenia), o le metafore attinte dal piccolo mondo appenninico, o padano:

Cimosco cerca di prendere Orlando alle spalle, come nel delta del Po i pescatori circondano le anguille con le reti, e vuol prenderlo vivo, come gli uccellatori che catturano gli uccelli da richiamo; Orlando si mette a infilzare nemici sulla lancia come tortellini sul forchettone del cuoco o come i pescatori ferraresi infilzano sullo spiedo quante rane ci stanno; Cimosco s’è andato ad appostare con l’archibugio puntato come un cacciatore dell’Appennino che attende un cinghiale…

Ma la curiosità intellettuale di Calvino è attratta soprattutto dal comporsi e mescolarsi delle storie, dall’ordine o dal disordine degli eventi e da quel gioco della “letteratura combinatoria” che troverà emblematica espressione – nel Castello dei destini incrociati del ’73 – in un dedalo narrativo ispirato dalle carte dei tarocchi:

Duro destino è l’avere un destino. L’uomo predestinato avanza e i suoi passi non possono portarlo che là, al punto d’arrivo che le stelle hanno fissato per lui, o ai successivi punti d’arrivo, fausti e infausti, nel caso gli astri gli abbiano decretato, come a Ruggiero, un matrimonio d’amore, una discendenza gloriosa, e pure ahimè una fine prematura. Ma tra il punto in cui egli si trova ora e l’adempiersi del destino possono succedere tante vicende, tanti ostacoli frapporsi, tante volontà entrare in campo a contrastare il volere degli astri […] Sappiamo bene che tutti gli ostacoli saranno vani, che tutte le volontà estranee saranno sconfitte, ma ci resta il dubbio se ciò che veramente conta sia il lontano punto d’arrivo, il traguardo fissato dalle stelle, oppure siano il labirinto interminabile, gli ostacoli, gli errori, le peripezie che dànno forma all’esistenza.

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